POST OFFICE #1 | Lettere dal confino 1940 -1943 di Leone Ginzburg

ginzburg

 

Post Office - Epistolari raccontati per lettera

a cura di Laura Ganzetti, Il tè tostato

 

Caro Prof. Ginzburg,

inizierò questa lettera confessandole che ogni volta che ho letto o ho sentito parlare di lei associavo parole e vissuto a una persona matura e consumata. Soltanto leggendo il suo epistolario ho capito davvero: lei è un giovane uomo, un giovane marito, un giovane padre, oggi sarebbe considerato ancora un ragazzo (se quest’ultima osservazione sia un bene non lo so).

Non aveva ancora compiuto trentacinque anni quando nel 1943 è morto a Regina Coeli torturato per le sue idee. Aveva tre bambini e una moglie, Natalia Levi, che proprio con il suo cognome diventò, per me, la prima scrittrice di cui mi sia fidata, e mi ha condotto a conoscere lei, Professore. Studioso precoce e dalla cultura vastissima, uno dei più importanti collaboratori dell’Einaudi, traduttore dal russo, sua lingua madre, credeva nella cultura, nella libertà, nell’umanità. Una vita iniziata in Russia, vissuta tra il nostro Paese e la Germania e poi di nuovo qui, a Torino, in classe con Norberto Bobbio, in un’Italia in cui le sue origini ebraiche avevano il peso del piombo.

Nel suo epistolario, raccolto proprio (ovviamente) da Einaudi, ho scoperto il giovane e coraggioso uomo al quale sto scrivendo e che non avevo mai considerato, assorbita dalla figura di riguardo che è diventato:

Lettere dal confino. 1940-1943 a cura di Luisa Mangoni.

Quando nel giugno del 1940 è arrivato a Pizzoli, in Abruzzo, per trascorrere il suo periodo di confino, perché antifascista, perché condannato per delitto politico, con la cittadinanza italiana revocata dal 1939 a causa delle leggi razziali, e risultava “straniero di razza ebraica”, inizia a scrivere queste lettere che mi hanno finalmente raccontato di lei e del suo mondo.

Moltissime quelle di lavoro proprio all’Einaudi, in merito a bozze, traduzioni, programmazioni e scadenze, sempre preciso, sempre determinato, sempre padrone di un italiano che a leggerlo fa venire nostalgia per la nostra lingua. E lì si svela così attento al suo lavoro, così meticoloso nei suoi interventi e animato da tanta passione. Il 30 gennaio del 1941 scrive:

La revisione dell’ Idiota di Dostojevskij sarà da me terminata entro stasera. Calcolando due o tre giorni per la prefazione, posso assicurarVi che il pacco delle bozze sarà in Vostre mani, come desiderate, entro la prima settimana di febbraio.

E così in molta corrispondenza, stato dell’arte dei suoi lavori, nuove uscite, progetti, una miniera di sapere per chi di noi, oggi, si interessa di libri. Nel suo quotidiano scrive di collane, per noi storiche, che nascono, come quella dei classici di Utet, l’Universale Bompiani di cui, si legge, ha apprezzato l’aspetto, comunica all’Einaudi le reazioni alla collana Universale dei librai dell’Aquila, nomina testi che desidera e altri per cui lavora, dà indicazioni precise per la revisione di alcuni volumi e, a ogni pagina, le sue parole ricostruiscono quella che oggi è parte della storia dell’editoria.

Deve sapere che qui, pochi mesi fa è uscita una nuova edizione di Guerra e pace proprio per Einaudi e trovare la sua lettera del primo gennaio del 1942 mi ha colpito:

Ho ricevuto Guerra e pace (ediz. rilegata) e i due volumi ratteriani. Vi ringrazio per la premura. L’aspetto esteriore delle due opere è veramente stupendo.

Riceveva sempre con entusiasmo libri per conforto e ovviamente libri per lavoro, spesso lamentava la scarsezza di volumi cui era condannato a Pizzoli, dove certo non aveva a disposizione la sua biblioteca, così mi fa piacere dirle che prenderò il nuovo “Guerra e pace” anche io, lo leggerò con le sue osservazioni.

E ci sono le lettere personali, in cui parla di questioni mediche, descrive la tua sistemazione si rivolge ai suoi cari, cercando notizie da loro immersi nella guerra, in quell’Italia tormentata da amici, da nemici, dal suo stesso cuore.

Scrive, tra gli altri, a Benedetto Croce, a Giovanni Laterza, a colleghi, alla casa editrice, a qualche amico, a sua sorella Marussia, a sua madre, a sua zia, al Ministero dell’Interno perché sia concesso che sua moglie la raggiunga, ed è una lettera formale e asettica, di quattro righe, ma che a leggerle il cuore si stringe nella speranza che sì, che sia permesso a Natalia Ginzburg di venire da lei, di riunirvi.

Sinceramente, Professore, l’ho scoperta in particolare in due lettere. La prima, al giornalista Luigi Salvatorelli, il 3 gennaio del 1941, nell’inverno gelido d’Abruzzo, ricambiando auguri, congratulandosi per la prossima pubblicazione di un nuovo libro e riferendo della crescita dei suoi figli, di cui uno, Carlo

che dimostra già uno spiccato interesse per i libri, buffissimo e singolare.

mostra un orgoglio dolce e paterno che riscalda, e conclude poi con una frase banale ma che è emblematica di come sapendo scegliere e dosare le parole, ogni dettaglio ha in sé una poesia:

Abbiamo avuto un gran freddo fino all’altro giorno; e nevicate abbondanti, sicché la nostra stufetta era un po’ impari al compito; ma adesso il tempo s’è fatto più mite.

Così ho trovato un uomo che scrive a un amico, inviando care cose e un’affettuosa stretta di mano e mi sono tuffata nel suo epistolario, arrivando alla seconda lettera scritta in un altro gelido gennaio, proprio quello quello che abbiamo qui in questi giorni. Il 1 giorno dell’anno 1942, rivolgendosi a Piero Calamandrei:

la ringrazio innanzi tutto del buon ricordo: chi è lontano come lo sono io, non dico da ogni consorzio umano, ma da ogni compagnia che lo leghi al mondo delle umane lettere, riceve un dono come il suo (e legge un libro come il suo)  con particolare emozione.

Le lettere dal confino passavano la censura eppure sanno comunque rivelare il suo volto, un uomo allontanato, un padre orgoglioso, un marito presente, un intellettuale sempre attivo in un’epoca che sembra troppo remota.

Il volume che raccoglie il suo epistolario si conclude poi un ricordo dal sesto braccio di Regina Coeli dove lei è stato incarcerato e un’appendice con lettere a Benedetto Croce, al quale poco prima di partire per Pizzoli, nel 1940 scrive qualcosa che resta per sempre e che vale per sempre:

Si desidera ancora credere in un avvenire umano.

Nel 1943 è tornato a Roma e qui è rimasto per sempre, dopo l’arresto del 20 novembre, in questa nostra città dal ventre pieno di Storia e di storie. Natalia, sua moglie, ha descritto in Lessico famigliare la pena nell’appartamento di piazza Bologna mentre lei era stato arrestato e arrivò Adriano Olivetti a salvare la sua famiglia: una ragazza di ventisei anni e tre bimbi piccoli. Sono poche righe, ma immagino, che in qualche modo, le conosca.

Tengo questo volume suo e dedicato a lei molto vicino, lo consulto e lo rileggo, la ringrazio Prof. Ginzburg, o come ha scritto tante volte lei 

i miei più vivi ringraziamenti

Laura Ganzetti

 

lettere dal confino

Titolo: Lettere dal confino 1940 - 1943

Autore: Leone Ginzburg

A cura di: Luisa Mangoni

Collana: Biblioteca Einaudi 

Editore: Einaudi 

Ordinalo su GoodBook.it e ritiralo nella tua libreria di fiducia

Facebook Twitter Share on Google+
Inserito il Consigli di lettura;
Taggato #postoffice, #LeoneGinzburg, #iltètostato;
Inserito 7 mesi fa

Inserisci il tuo commento

Assicurati di aver effettuato l'accesso per poter commentare . Accedi Qui.

Commenti

Nessuno ha ancora commentato questa pagina.

RSS feed per i commenti a questa pagina | RSS feed per tutti i commenti

Newsletter
Rimani sempre aggiornato e in contatto con noi

Twitter

© 2019 La scimmia dell'inchiostro

Login

×