POST OFFICE #2 | Lettere 1845 -1866 di Emily Dickinson

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Post Office - Epistolari raccontati per lettera

a cura di Laura Ganzetti, Il tè tostato

 

Roma, 31 gennaio 2019

 

Gentile signorina Dickinson,

sono da sempre animata da grande attenzione per le coincidenze, e leggendo di lei, la prima cosa che noto è la sua data di nascita, che precede di un giorno la mia, precisamente di un giorno e centoquarantanove anni, 10 dicembre 1830. A ben guardare la coincidenza tende a sfumare, l’11 dicembre 1979 non sembra poi così accostabile, eppure, per lo strano e immotivato legame che sento con i nati a dicembre, mi ha fatto piacere scoprire che lei è uno di questi.

Le scrivo con stupore, dopo aver letto una raccolta delle sue lettere pubblicata da Feltrinelli a cura di Barbara Lanati: Lettere 1845-1866 e aver iniziato a capire che quel mondo che ha chiuso fuori dalla porta della sua camera, dove ha vissuto quasi reclusa fino all’ultimo dei suoi giorni, quel mondo, dicevo, era ben poca cosa, rispetto a quanto è rimasto con lei tra quattro mura, dentro al suo cuore. La poetessa del New England, vestita di bianco, sempre sola, forse triste, il suo ritratto iconografico e le poesie notturne, è questo che mi era arrivato di lei negli anni ’90 del mio secolo, quando ho iniziato a leggere con più attenzione cosa scriveva, e, melanconica adolescente, non potei che apprezzarne qualcosa che sembrava essere dolore.

Poi, finalmente ho scoperto le sue lettere. Con grande stupore, forse sul solco di quello che sua sorella Lavinia provò dopo la sua morte, signorina Dickinson, trovando la mole infinita di poesie e corrispondenza che per anni avevano nutrito le sue giornate, ho conosciuto meglio la sua scrittura e la sua vitalità.

Ho letto, e rileggo, questa raccolta quasi come un’autobiografia e dentro ho trovato le descrizioni della sua terra che cambia al passare delle stagioni e la poesia. Forse non potrebbe essere altrimenti, ma alcuni passi sono scritti per restare come quando all’inizio del 1862, indirizza queste parole al suo  (consueto) destinatario sconosciuto:

Un amore così forte che terrorizza, che la precipita nel piccolo cuore - si fa strada nel sangue e la lascia (del tutto) priva di sensi e senza colore, nel pieno della tempesta.

Non andrà dunque lui da lei - oppure lascerà che sia lei a cercarlo, indifferente a una ricerca così incerta se infine a lui giungerà.

Dopo esser stata a pensare semmai potessero già essere parole indirizzate a quell’amico di suo padre cui per anni è stata legata, Otis P. Lord, mi viene in mente che chiunque fosse quel Signore cui scrive, non è forse così l’amore? 

I suoi sono gli anni in cui negli Stati Uniti c’è la guerra di secessione, il paese è spaccato, si parla di schiavitù e della sua abolizione e nel 1863 scrive all’amico Thomas W. Higginson, colonnello distaccato in Nord Carolina, che non era riuscita a salutare:

La guerra a me sembra uno spazio obliquo - Se ci saranno altre Estati, verrà forse?

Ho scoperto che se ne era andato, per caso, come mi capita di scoprire che se ne sono andati i Sistemi, o le Stagioni dell’anno, e non ne trovo una causa - ma deduco che si tratta di un tradimento del Progresso - che si dissolve nel momento in cui passa.

Ogni sua riga apre a pensieri difficili da arginare, che volano dietro ai suoi e questa raccolta offre continui spunti attraverso le sue parole. All’inizio del 1965 indirizza una lettera alla sua amica Louise Norcross e parla della malattia agli occhi che pare sia stata una delle principali cause del suo estraniarsi dal mondo e dalla luce, e scrive:

[…] gli occhi vanno ora bene, ora male. Non penso stiano peggio di quando ho fatto ritorno a casa e neppure meglio. Il bianco della neve li irrita e anche la casa è luminosa; nondimeno c’è qualche speranza.

Vorrei chiederle se davvero sia stato così, se davvero siano stati gli occhi e la vista a fermarla verso il mondo o almeno a farla vivere nella sua stanza o se sia stato il suo cuore, seppure non mi sembra si sia mai tirato indietro dal profondo sentire, nemmeno stando lì chiuso in una camera.

Leggendo le sue lettere, signorina Dickinson ho scoperto una donna che, pur cresciuta nella religione, nelle letture normalmente suggerite alle ragazzine di famiglie storiche (i suoi antenati furono tra i primi americani) ed educate come la sua, pur essendo lontana dalla frenesia della vita, è un tumulto di emozioni, di sensazioni profonde legate alla natura, al vivere e al morire e mi commuovo leggendo le sue parole a suo cugino Perez Cowan:

Mi fa male sentirti parlare della Morte con un  tale senso di attesa. Lo so che non esiste tormento simile a quello che si prova per coloro che amiamo, lo so che non esiste gioia pari a quella che lasciano dietro di sé, sigillata, ma Morire è come una Notte Selvaggia e una nuova Strada.

Orientarsi nelle sue molte lettere per scoprire di viaggi a Boston, della sua città e di quell’America che si costruiva intorno a lei, della sua famiglia, di suo fratello Austin, della sua faccia atterrita al momento in cui vi comunicava la malattia di vostro padre nel 1874 e quella lettera con cui lei ne informa Louise e France Norcross dicendo:

Anche se ormai sono passate parecchie notti, la mente non mi torna a casa.

e l’ultimo saluto al signor DIckinson, descritto a Higginson:

La mattina dopo andai a svegliarlo perché doveva andare a prendere il treno - e fu l’ultima volta che lo vidi. Aveva un Cuore puro e terribile e io penso che non ne esista uno simile. Sono felice che esista l’Immortalità - ma avrei voluto provarla io - prima di affidarglielo.

Non solo morte però, perché spesso intrecciata alla vita e all’amore, e piano sono arrivata proprio alle sue lettere più private e sono rimasta un po’ a pensare se andare avanti nella raccolta: lei, una donna così riservata, e io qui a leggere del suo amore, ma poi di fronte a certe parole e al rispetto con cui so di leggerle ho preso coraggio e ora la ringrazio per passi così, risalenti al 1878 e indirizzati a Otis P. Lord:

Chiudimi in prigione, dentro di te - rosea sanzione - fammi percorrere con te questo dolce labirinto che non è né Vita né Morte - a anche se possiede l’intangibilità dell’una e il fluire dell’altra - fammi svegliare, per amor tuo, al giorno reso magico dalla tua presenza prima ancora che io mi sia addormentata.

E poi le lettere indirizzate a sua cognata, Susan Gilbert Dickinson,  cui scrive:

In una Vita che ha smesso di immaginare, tu e io non dovremmo sentirci a casa nostra.

Selezionare dei passi dal suo epistolario è praticamente impossibile Signorina Dickinson, si finisce sempre per lasciare indietro qualcosa che è più di una poesia, perché nasce per non esserlo, ma lei forse ne era proprio così piena da scriverla anche in lettera.

Vado a seguire le sue orme ed esercitare l’immaginazione, vado a sfogliare ancora le sue lettere, e non dubiti, le scriverò ancora per parlarle dell’emozione che mi ha dato la natura americana descritta da lei, per parlarle della mia commozione per la sua vita.

Per ora, prendo un tè in sua compagnia.

 

Laura, con riconoscenza.

 

Lettere Dickinson

Titolo: Lettere 1845 - 1886

Autore: Emily Dickinson

A cura di: Barbara Lanati

Collana: Universale economica. I classici

Editore: Feltrinelli

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