#neilibrilamiastoria | Intervista ad Alessandro Zaccuri, scrittore

12 b

Alessandro Zaccuri è uno scrittore, giornalista e blogger italiano. Negli anni è stato anche conduttore e autore televisivo, critico e curatore letterario, professore universitario e ideatore di festival culturali. Lo spregio è il suo ultimo romanzo, uscito per Marsilio proprio in questi giorni.

Scrivere saggistica e scrivere narrativa sono due attività molto diverse. Tu ti occupi di entrambe ormai da diversi anni. Quando hai iniziato a scrivere e come differenzi il tuo lavoro di saggista e di romanziere?

Io sono da sempre un lettore, credo che esserlo sia il più grande privilegio che possiamo avere. Non è detto che uno che scrive libri scriva grandi libri, però almeno ha la fortuna di poter leggere i grandi libri degli altri. Il rapporto con alcuni grandi autori, le scoperte che ho fatto via via nel tempo, le cose che mi hanno formato o che mi hanno sorpreso strada facendo nella lettura, secondo me, sono un privilegio. Io ho sempre visto la lettura come uno strumento per capire meglio il nostro stare nel mondo: leggere non è soltanto un passatempo, ma qualcosa che dà significato alle cose che si dicono e che si imparano. Poi ho avuto la possibilità, negli anni in cui il giornalismo forse era un po’ diverso da oggi, di iniziare a scrivere occupandomi in particolare di libri, di letteratura e del loro mondo. È stata, e continua a essere, una grande occasione perché mi dà modo di leggere tanto e di conoscere persone interessanti. In cuor mio, io avrei sempre voluto scrivere però per tanti motivi (un po’ di soggezione per alcuni modelli e un po’ per motivi di ritrosia personale) ho aspettato abbastanza a iniziare. Il mio primo libro di saggistica l’ho scritto a 37 anni e la prima cosa di narrativa l’ho pubblicata a 40. Non sono stato affatto precoce, è in questi ultimi anni che sto guadagnando il tempo perduto.

Nel caso della saggistica, scrivere un libro è l’occasione per studiare qualcosa che mi interessa, qualcosa a cui non dedicherei tanto tempo se non avessi l’obiettivo di produrre un’opera compiuta, infatti spesso è un percorso che dura mesi, anni. Per esempio il libro sulla spazzatura che ho pubblicato adesso, Non è tutto da buttare (La Scuola, 2016), in realtà è la rielaborazione di materiale che raccoglievo da una decina di anni. In alcuni casi, com’è stato con il mio primissimo libro su cinema e letteratura (Citazioni pericolose: il cinema come critica letteraria, Fazi 2000), mi accorgevo che c’era in quel momento un fenomeno che si stava formando, mi interessava approfondirlo e mi sembrava che studiarlo mettendo per iscritto i ragionamenti fosse il modo migliore.

Alla narrativa vera e propria sono arrivato relativamente tardi, il mio primo lavoro fu Milano, la città di nessuno (L’ancora del Mediterraneo, 2003) una specie di reportage molto raccontato che uscì nei primi anni 2000. Il primo romanzo vero e proprio l’ho pubblicato nel 2007, quando avevo già 44 anni, si intitolava Il signor figlio (Mondadori, 2007). Con la narrativa ho un rapporto diverso dalla saggistica in cui spazio fra vari argomenti, perché nei miei romanzi ricorre sempre un tema fondamentale: il rapporto padre – figlio. È un tema che ho molto a cuore; nel corso del tempo o mi sono imbattuto in storie che rientravano in questo tema (com’è stato nel caso del libro su Leopardi e la relazione con il padre), oppure ne ho inventate di nuove cercando di adattarle alle esigenze della narrazione scritta. In letteratura rivendico la libertà di cambiare genere e argomento, ma in questo momento sento il bisogno di occuparmi sempre dello stesso tema. C’è una cosa in cui tutti, anche le persone più istruite, sono sempre alle prime armi: gestire le relazioni e gli affetti. Voglio parlare di questo.

Oltre a essere un grande lettore, quali sono secondo te le caratteristiche necessarie per diventare scrittore?

Crederci. Bisogna sempre lottare contro la tentazione di non crederci abbastanza. Credo che sia normale, per chiunque produce qualcosa di creativo, dalla torta all’affresco, avere il dubbio di sbagliare. Crederci vuoi dire conservare un po’ di fiducia in se stessi nonostante i dubbi, le perplessità e il senso di impotenza che ti investe certe volte. A me aiuta molto il confronto le persone: duo o tre lettori di cui mi fido particolarmente e un gruppo di amici, amici veri, pronti a dirmi quando una cosa non funziona. Di solito li interpello prima di fare il passo di pubblicare, ma a volte addirittura ancora prima di mettermi a scrivere, per sapere se la mia idea è interessante. Troppo spesso quello dello scrittore è considerato un mestiere solitario, idea che provoca isolamento ed egocentrismo. Tenere una porta aperta sugli altri aiuta molto. Io ho una vita abbastanza piena, divisa fra famiglia e lavoro, quindi gli spazi per la scrittura dei romanzi me li devo conquistare giorno per giorno. Nonostante tutta la fatica, credo che il rapporto tra il momento della porta chiusa in cui scrivi e il momento in cui le porte si spalancano e ti viene addosso la vita e la quotidianità sia estremamente importante per uno scrittore, un rapporto a cui non si deve rinunciare. Questo vuol dire crederci: non impiegherei tutto questo tempo, tutte queste energie, tutta questa fatica se non credessi che quello che scrivo è importante, quantomeno per me. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a grandi trasformazioni nel modo di proporre i libri, grazie alla digitalizzazione che ha consentito lo sviluppo di nuove e grandissime reti sociali, io però resto legato alla mia formazione e alla tradizione precedente: la grande fatica è scriverlo, un libro. Poi certo, si prova a promuoverlo, ma io preferisco lasciare che il libro parli da sé.

Nella tua carriera di critico letterario hai anche curato il lavoro di altre persone: com’è, per una persona che scrive, il confronto con altri scrittori, grandi della letteratura?

Questo confronto forse è quello che ha ritardato l’iniziare a scrivere: quando tu pensi che “lo scrittore” sia Dickens, fai molta fatica a paragonarti a lui. Mi ha sbloccato il confronto con autori che ho conosciuto di persona, spesso appartenenti alla generazione precedente, la generazione di mio padre, insomma. Ho curato diverse cose di queste persone, in alcuni casi anche postume. L’ultimo lavoro a cui ho collaborato sono le poesie di Elio Fiore, un autore oggi poco conosciuto ma a suo tempo piuttosto noto; lui è stato una guida, mi ha aiutato molto a ragionare sul mestiere dello scrittore. Possiamo dire che ci sono due livelli con cui misurarsi: in primo luogo i grandi autori, dai quali impari e dai quali resti giustamente intimorito, e poi le persone che fanno questo lavoro, che ti aiutano a riconoscere che un pezzo di storia già fatto da qualcuno può essere rifatto in maniera originale.

Se dovessi scegliere tra i tuoi libri un libro che ha segnato in modo particolare la tua carriera, un libro a cui sei particolarmente legato, quale sceglieresti?

Di quelli che ho scritto, il libro che personalmente ritengo più importante, che ho pubblicato per convincere qualche persona in più che potessi essere un vero scrittore, è sicuramente Il signor figlio, uscito per Mondadori nel 2007. Il romanzo reinventa la vita di Leopardi, immaginando che non sia morto di colera ma abbia approfittato di quell’epidemia per fuggire sotto falso nome a Londra, dove la sua vita si sarebbe intrecciata a quella di altre grandi figure dell’epoca. Quello è stato senz’altro il libro che ha portato più attenzione su di me, del quale tante persone ancora adesso, nonostante sia disponibile solo in e-book, continuano a parlare. Se il tema è crederci quello è il libro in cui io ho creduto fino in fondo, in cui ho fatto una cosa molto impegnativa che metteva insieme le mie due anime: era un racconto di invenzione, ma anche un libro con personaggi realmente esistiti su cui mi sono documentato a lungo. Era un azzardo, ma sono molto contento del risultato e ogni tanto quando sono giù di corda penso «Si, però ho scritto Il signor figlio» e questo ancora oggi mi consola.

 

>>> Scopri il consiglio di lettura di Alessandro <<<

Prenota i libri di Alessandro Zaccuri su GoodBook.it e ritirali nella tua libreria di fiducia.

Facebook Twitter Share on Google+
Inserito il Consigli di lettura, Interviste, News;
Taggato Alessandro Zaccuri, La vita istruzioni per l'uso, Georges Perec;
Inserito 3 anni fa

Inserisci il tuo commento

Assicurati di aver effettuato l'accesso per poter commentare . Accedi Qui.

Commenti

Nessuno ha ancora commentato questa pagina.

RSS feed per i commenti a questa pagina | RSS feed per tutti i commenti

Newsletter
Rimani sempre aggiornato e in contatto con noi

Twitter

© 2019 La scimmia dell'inchiostro

Login

×