L'editore del mese | Intervista a Marta Zura-Puntaroni, scrittrice

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“L’editore del mese” è la rubrica di La scimmia dell’inchiostro, il blog di GoodBook.it, che ogni mese vi porta alla scoperta di un editore del panorama indipendente italiano con l'aiuto di alcuni book-blogger.

Questo mese è dedicato all'ormai storica casa editrice romana Minimum fax. Dopo l'intervista all'editore Daniele Di Gennaro, fatta da Maria Di Biase del blog Scratchbook (che potete leggere qui), questa settimana Giuditta Casale di Giuditta legge ha intervistato l'esordiente Marta Zura-Puntaroni, in una chiacchierata sul suo romanzo Grande era onirica.

 

Io sceglierei “Liberamente Osteria” in Piazza del Campo, giusto per farti godere un po’ di senesità – così mi direbbe Marta Zura-Puntaroni se potessi raggiungerla nella città in cui ha ambientato il romanzo d’esordio, Grande era onirica per Minimum faxAllora godetevi anche voi un po’ di senesità e accomodatevi con noi, per chiacchierare insieme con lei di ere oniriche, scrittura ed esordio letterario.

 

Grande era onirica è un romanzo crudele e coraggioso. Scritto in uno stile antilirico e antisentimentale, ma raffinatamente letterario, in cui il ritmo e il tono della scrittura sono dettati da una punteggiatura fondante e ricca di senso e dall'uso di una terminologia farmacologica che diventa congeniale al tema trattato e fortemente introspettiva. Un esordio di grande impatto. Partiamo con una domanda che può apparire forse scontata, ma che a mio avviso è pregnante per avvicinarsi al libro: la protagonista del romanzo si chiama Marta, come la scrittrice. Viene nominata di rado con il suo nome di battesimo, più spesso con l'appellativo Primogenita, nel quale è racchiuso un nodo importante della sua inadeguatezza alla realtà e al mondo, di continuo è nascosta dalla prepotenza della voce narrante, che le appartiene in prima persona. Non credo che sia casuale la scelta dell'omonimia che sembra tracciare un linea di continuità e contiguità tra scrittrice, narratrice e protagonista, che forza i limiti del romanzesco e lo supera. Perché hai scelto di dare alla protagonista del romanzo il tuo nome? Quale chiave di lettura metti nelle mani del lettore attraverso l'omonimia, e quale porta apre quella chiave?

 

La scelta di dare il mio nome alla protagonista è legata soprattutto alla narrazione della depressione: il percorso psicoterapeutico e psicofarmacologico è ampiamente autobiografico; se avessi battezzato il personaggio principale in altra maniera avrei sentito di delegittimare quella storia, levarle realtà e importanza. Non voglio essere retorica ma se c’è un “messaggio” nel libro è che non bisogna vergognarsi di una depressione. Perché è già abbastanza difficile così… Primogenita è usato dalla protagonista in senso polemico, in polemica con se stessa e con il mondo: si sente unica, sente di avere dei diritti e dei talenti, ma non riesce a esprimerli. Lei si chiama Primogenita per ricordarsi sempre quello che potrebbe\dovrebbe essere e non è. Solo alla fine del libro, non anticipo la trama ma so che capisci cosa intendo, rinuncia quietamente al titolo. 

 

Mi chiedo se dovrei iniziare a classificare le mie ere con maggiore precisione, come fanno i geologi. un'era rappresenta centinaia di milioni di anni. è un'unità di misura che non appartiene all'uomo, impossibile da accettare o anche solo da comprendere. è un'unità di misura che forse soltanto alcuni microrganismi, certe spugne o alghe dei mari artici hanno potuto apprezzare. l'unica unità di misura superiore è l'eone, che rappresenta miliardi di anni. l'essere umano come lo conosciamo ora, l'Homo sapiens, è una specie vecchia soli duecentomila anni. i dinosauri comparvero duecentotrenta milioni di anni fa e dominarono la terra fino alla loro estinzione, avvenuta centosessanta milioni di anni dopo. La superbia è quella che permette alla mia specie di sopravvivere, di andare avanti senza paura. Le mie Grandi Ere Oniriche.

 

La protagonista attraversa varie Ere Oniriche, tutte a loro modo formative e performative per lei. Nel romanzo c'è un uso sapiente della concezione del tempo. Si potrebbe definire "onirico" lo stesso tempo narrativo utilizzato, in cui presente e passato sfumano l'uno nell'altro, in una ricerca, a tratti disperata, di tentare di "armonizzare il passato". Non ha questo senso anche l'attesa del Padre, che sembra segnare l'esistenza e la depressione della protagonista? O anche la confusione notturna (e dunque onirica) tra tutti gli uomini di Marta: l'Altro, il Padre e il Poeta, con la sola eccezione di Primo, salvato dalla morte che gli concede una personalità propria e una sua unicità? Dov'è la salvezza, per la protagonista: nelle Grandi Ere Oniriche, o nel tentativo che "il passato si armonizzi"? 

 

Grande Era Onirica racconta una storia e al contrario di quello che fa un saggio non avanza tesi e non difende argomenti, il mio romanzo non vuole dunque fornire risposte secche. Al romanzo interessa di più suscitare domande, riflessioni ed emozioni nel lettore, e a me che sono l’autrice fa un enorme piacere leggere tutte le tue considerazioni, perché mostrano come una storia che io ho scritto possa significare qualcosa per un’altra persona. E insomma questa per me è la soddisfazione maggiore e, se posso dire, mi piacerebbe essere in questo senso “utile”. Non voglio però dare l’impressione di girare intorno alla tua domanda, dunque ti dico che la tua definizione di tempo narrativo mi pare efficace; anzi forse la prima cosa che, a livello strutturale, mi è stata chiara del romanzo era la necessità di scriverlo rifiutando la tradizionale progressione degli eventi, e rifiutare pure il tradizionale uso di flash-back. Non dico che in futuro non scriverò in quel modo, anzi è molto probabile che succederà, però per questa storia ci voleva un tempo narrativo che fosse convoluto e, come dici, tu “onirico”.

Sulla salvezza: credo che la salvezza per la protagonista di Grande Era Onirica risieda nell’ostinazione (nell’ostinazione a sognare, anche) e poi nel semplice caso, perché le nostre vite sono spesso molto meno razionali e molto più casuali di come ci piace pensarle. Non voglio raccontare tutta la storia, ma tu che hai letto sai che in un certo punto le cose avrebbero potuto finire davvero male. 

No, non raccontiamo la storia, soprattutto "quel punto" in cui il lettore, se da una parte si aspetta sin dalle prime pagine che qualcosa di tragico possa avvenire alla protagonista, dall'altro, quando arriva a quel punto, è spiazzato, perché la protagonista è sempre in bilico su un filo sottilissimo, che la porta a barcamenarsi in un equilibrio precario e "innaturale" (intendendo che parte del suo carattere è compromesso dalle Ere che attraversa)  tra la fragilità e l'inadeguatezza da una parte, e la spavalderia ostentata e una instabile arroganza dall'altra, che rendono sempre molto incerte le sue reazioni e possibilità. Il tuo è anche un romanzo sull'amore, o meglio sulla mancanza di amore e quanto questa mancanza possa minare l'esistenza di chi, convulsamente, ne è alla ricerca. Un romanzo che è una καταστροφή, una vertiginosa caduta in basso, o nel profondo di sé, alla ricerca di quell'amore primario e fondamentale che è l'amore per se stessi. Perché se il romanzo racconta 

 

Le relazioni a due: rapporti di forza. se volevo - vincere il cuore? conquistare?, scegliete la parola: è quella cosa lì, quella cosa lì dell'amare ed essere riamati - dovevo assolutamente avere un piano d'azione, una strategia d'attacco [...]

 

è pur vero che forse la difficoltà più grande di Marta è di non saper trovare la parola giusta, e quindi la giusta dimensione, per quella "cosa lì", che rimane indeterminata e come un groviglio nella sua psiche e nel suo corpo. Il modo in cui si lascia amare dall'Altro, non ne è la prova? è per "amare" intendo non solo i rapporti emotivi e sentimentali, ma anche quelli fisici ed erotici. Che tipo di amore è quello raccontato in Grande Era Onirica?

 

Sicuramente l’amore di Grande Era Onirica è un sentimento non ricambiato. Se guardiamo ai nudi fatti della vicenda narrata: in origine la protagonista si dispera perché si crede incapace di compiacere un padre che ha difficoltà a dimostrarle affetto; poi sembra replicare – e sembra voler replicare –questo rapporto disfunzionale in tutti quelli successivi. Il primo ragazzo di cui si innamora muore e non può ricambiarla; i due uomini successivi (il Poeta e l’Altro) sono tutti concentrati su loro stessi, sulle loro ambizioni e ossessioni e non la amano come lei vorrebbe. Alla protagonista, nella tarda adolescenza, sembra persino che gli psichiatri stessi incrocino il suo cammino solo per abbandonarla. Qui però una precisazione: il mio narratore non assume il punto di vista di Dio per giudicare tutti, riporta le cose dal proprio punto di vista, dai propri bisogni. Sa di fare questo e in questo senso dice la verità. Il rapporto di non-accettazione e di non-comprensione con il padre viene ripetuto varie volte nel racconto, e non solo con le persone. Quest’amore non corrisposto e questa volontà mai realizzata di farsi accettare sono infatti presenti anche nel legame con la città di Siena: Marta ha scelto di vivere in una città piccola che però contiene dentro di sé un mondo fortemente strutturato e chiuso. A Siena l’inclusione per lo straniero, per chi, usiamo l’espressione locale, non è nato sulle lastre è difficilissima.Voglio però dire (e di nuovo rimango vaga per non raccontare proprio tutto il romanzo) che non a caso i due capitoli conclusivi sono proprio dedicati al padre e al ritorno a Siena.

Siena. Si può ben dire che è uno dei protagonisti del romanzo. 

 

[...] ero tornata a Siena. E Siena s'era svuotata. le coinquiline, i compagni di corso, quei pochi amici che mi ero fatta: spariti. mentre ero via tutti avevano finito gli esami e si erano ritirati da qualche parte per concludere la tesi: Siena per loro era già un ricordo: io invece, nonostante gli esami dati e la tesi già completata, non mi decidevo a mettermela alle spalle.

 

La narrazione è giocata tra interni ed esterni, il dentro intimo casalingo e familiare e un esterno che si cerca di racchiudere nel familiare, che si percepisce come casa. In questo Siena come topografia si presta benissimo. Cosa rappresenta Siena per Marta, e perché non vuole mettersela alle spalle?

 

Nella vita di Marta, Siena entra come una scelta casuale e un posto provvisorio – insomma è solo una città con la Facoltà di Lettere – ma poi diventa una specie di “condanna” a causa dell’incapacità di gestire il cambiamento che caratterizza la mia protagonista. Mentre i compagni di corso evolvono e vanno altrove, Marta sembra incapace di fare il passo successivo nella vita, di spostarsi ancora, di riadattarsi a un altro ambiente. Non va a Milano o a Londra a cercare un lavoro migliore, non ritorna nelle sue Marche dove potrebbe contare su relazioni e amicizie. Resta bloccata a Siena, come in un livello fantasma di un videogioco. Anzi si ritrova a vivere nel solo Terzo di San Martino, una singola zona della piccola città; e a un certo punto del romanzo, quando le cose per lei peggiorano, riesce a trovare una qualche pace solo in un luogo ancora più piccolo, chiuso e protetto: la Biblioteca della Facoltà. Questa ricerca di un “esterno” sicuro come un “interno” non è però collegato solo a Siena. Infatti, riportando tutto sulla scala della metropoli, a Parigi Marta non è capace di uscire dal 1° arrondissement. Insomma la protagonista riapplica ogni volta la sua “prigione mentale” a un nuovo luogo. E lo fa persino coi sogni (pensa a quello del Minotauro). Siena, tuttavia ha una specifica caratteristica per Marta: è la città per eccellenza che ama e non la ricambia con lo stesso amore; così, finisce per diventare una sorta di metafora o, se vuoi, di enorme "correlativo oggettivo" di tutti i rapporti umani di Marta. 

Chiacchierando chiacchierando, attraversando le pagine di Grande era onirica siamo arrivate all'ultima domanda. Chiudo il romanzo e ti chiedo. Un esordio, il tuo, che spiazza il lettore per tante diverse ragioni: il racconto della depressione con uno sguardo inedito; personaggi originali che perdono in nitidezza, a partire dai nomi, per guadagnare in introspezione, un uso del tempo ipnotico come un pendolo; ma soprattutto una scrittura con una sua trasparenza, che incalza e trattiene il sentimentalismo per far risaltare il sentimento. Una scrittura in cui si sente il battito del cuore nella sua forza muscolare, con il suo contrarsi e dilatarsi nella concretezza della struttura fisiologica, in cui le frasi stringate sono aritmie. Esordio narrativo il tuo, ma l'esercizio della scrittura è stato a lungo forgiato nel blog: Diario di una snob (complimenti per il titolo!), aperto nel 2011, in cui per salutare e presentare Grande Era Onirica scrivi un post dal titolo molto significativo, "Tutti i passi che ho fatto nella vita mi hanno portato qui, ora". E all'interno del post"quello che ho fatto per lungo tempo con questo blog quando ancora ci scrivevo come ci sto scrivendo adesso, forse ve lo ricordate". Quali rapporti ci sono tra il romanzo e il blog, in termini di esercizio alla scrittura, di originalità creativa, di capacità di affinare e affilare lo sguardo sulla realtà, gli oggetti, e le situazioni? Marta Zura-Puntaroni e la Snob in cosa differiscono, e in cosa sono debitrici l'una dell'altra?

 

"Tutti i passi che ho fatto nella vita mi hanno portato qui, ora" è un’incisione presente in varie opere di Alberto Garutti, una delle quali presenti a Siena, parte del progetto Tempo Zulu – un progetto che a vari artisti aveva chiesto di intervenire sulle “lastre” senesi, la pavimentazione che copre tutto il centro storico. L’opera di Garutti è all’interno del Santa Maria della Scala ed è una delle mie lastre preferite. Come vedi, pure quel titolo è una citazione e una dichiarazione indiretta d’amore a Siena. Mi ripeto, insomma. Dato che siamo ormai in confidenza, una confessione: la domanda sul blog e il libro me l’hanno fatta tutti, ed è normale che sia così, dunque ti dico che il blog per me è stato una grande personale "scuola di scrittura". Non tanto per la qualità, quanto per la metodicità e la disciplina che mi sono impostaNulla die sine linea, dicevano i classici e Sartre se lo dava per regola, come leggevo nel suo Le Parole, uno dei libri che continuo ad amare di più. Ora, anche senza essere Sartre, scrivere per un pubblico, rispettando quel pubblico con la propria scrittura, è un buon esercizio, secondo me. Questo sicuramente è stato ciò che ho fatto per un lungo periodo di blogging. Poi ho capito che da un mezzo come il blog io avevo tirato fuori tutto quello che potevo. Mi stava stretto e soprattutto mi trovavo in grande difficoltà nel continuare a scrivere post troppo “letterari”. È dunque iniziato un periodo non facile per me, da una parte sentivo di non poter più scrivere su Diario di una Snob, dall’altra avevo una grande paura ad impegnarmi nella Letteratura con la maiuscola. Insomma scrivevo e tenevo nel cassetto, in attesa. E ti confesso anche che, dato il mio carattere, in attesa ci potevo rimanere per sempre. Poi per un caso fortunato e insperato è arrivato lo stimolo da parte di un editor di minimum fax, e insomma ho colto al volo l’occasione, dando tutto quello che avevo e lavorando al meglio delle mie capacità.

 

 

 

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Titolo: Grande era onirica

Autore: Marta Zura-Puntaroni
ISBN: 9788875217853
Editore: Minimum Fax
Pagine: 160

 

 

 

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