Le interviste di GoodBook.it | Shady Hamadi

ESILIODALLASIRIA

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo per ADD editore, abbiamo intervistato l’autore italo-siriano Shady Hamadi (Milano, 1988). Attivista per i diritti umani e per la causa siriana in Italia, Hamadi collabora con Il Fatto Quotidiano. Esilio dalla Siria è il suo terzo romanzo.

 

Con ADD avevi già pubblicato La felicità araba, un libro autobiografico che racconta la storia della tua famiglia; in questo secondo libro, Esilio dalla Siria, invece ti concentri soprattutto sulle storie degli altri. Come cambia, se cambia, l’approccio alla scrittura quando si parla degli altri rispetto a quando si parla di sé?

La felicità araba e Esilio dalla Siria sono entrambi libri in qualche modo autobiografici e appartengono alla stessa trilogia sulla Siria. In Esilio dalla Siria parlo degli altri, narrando gli incontri che ho fatto in questi cinque anni, anni del mio “nuovo esilio”, che chiamo così perché mi è impossibile tornare in Siria. Ho incontrato siriani, adulti e bambini, ma anche molte istituzioni politiche. Questi tre libri (ci sarà, infatti, un terzo capitolo dedicato al ritorno) ho deciso di scriverli tutti allo stesso modo, come degli ibridi: in tutti c’è una parte autobiografica, quasi romanzata, e una parte saggistica, perché credo che sia sempre molto importante contestualizzare gli eventi. Ripetere questa formula mi aiuta ad avere sempre lo stesso approccio verso le storie che racconto, sia quelle che vivo sulla mia pelle, sia quelle che mi raccontano le persone che incontro. In effetti, noi siriani viviamo delle esperienze comuni: ad esempio, per quanto riguarda l’esilio, ci sono circa sei milioni di siriani che sono fuggiti dal paese d’origine e poi ce ne sono circa cinque milioni che sono rifugiati interni, sfollati in altre zone del paese rispetto a quelle di origine. Tutti questi undici milioni di siriani vivono in una condizione di esilio, chi reale, chi più astratta. Ma alla base, in comune c’è sempre l’incomprensione, il fatto che nessuno intorno a noi comprenda a fondo la nostra tragedia. A questo si somma l’indifferenza per la nostra condizione, che ci fa vivere un senso di asfissia: siamo portatori di un dolore, ma questo dolore non viene considerato e capito da nessuno. Così la guerra siriana diventa asettica. In Siria muoiono centinaia di persone ogni giorno, vittime di cui non si parla mai a meno che non sia l’Isis a farle; dall’altra parte, migliaia di siriani sono in fuga, arrancano nel fango di Lesbo e della Grecia e l’Europa, che si dichiara patria dell’Illuminismo, non fa nulla per concretizzare i valori di cui si vanta e aiutare queste persone.

La questione siriana è sicuramente più complicata di come viene rappresentata dai mezzi d’informazione occidentale, che consigli daresti a una persona che vuole comprenderla meglio?

Prima di tutto, dobbiamo imparare dai giovani arabi che, pur vivendo una situazione di repressione, oppressi dal fondamentalismo religioso o da regimi totalitari, stanno cercando di emanciparsi e di trovare una nuova via da percorrere. Dobbiamo creare anche noi una resistenza culturale: oggi in Italia abbiamo bisogno di intellettuali di massa interessati a queste questioni, che non si illudano che il Medio Oriente sia troppo lontano per essere raccontato. E poi dobbiamo leggere autori arabi, perché uno scrittore siriano ti può raccontare la Siria da un punto di vista vero, conoscendone profondamente la società. Sono convinto che questi libri noi li leggeremo ancora, a distanza di secoli, per quello che raccontano. Questo è il grande pregio dei libri, la loro capacità di durare nel tempi; i giornali, invece, cambiano ogni giorno. Ma dovremmo comunque pretendere dalla stampa, da quei giornalisti italiani che si occupano di Medio Oriente, che ci portassero il punto di vista dei giornalisti e dell’opinione pubblica araba.

Hai qualche autore, qualche titolo che secondo te dovremmo leggere per farci un’idea più chiara della situazione mediorientale?

Sicuramente per capire meglio la guerra siriana bisogna leggere Elogio dell’odio di Khaled Khalifa (Bompiani, 2011) e Collera e luce: un prete nella rivoluzione siriana di Paolo Dall’Oglio (EMI, 2013). Per conoscere la storia contemporanea di questo paese, invece, mi sento di consigliare Siria. Dagli ottomani agli Asad. E oltre di Lorenzo Trombetta (Mondadori, 2014).

Riguardo al racconto della guerra siriana nei media e nell’informazione, quali sono gli stereotipi, le false notizie, le mezze verità che ti fanno più arrabbiare?

Questo è un argomento che ho raccontato molto nel libro. Ad esempio racconto che durante un soggiorno a Beirut, una mattina stavo uscendo e a dieci minuti da casa mia viene commesso un attentato in cui muoiono 80 persone. Il giorno dopo, quindi, molti corrispondenti internazionali arrivano in Libano per vedere cosa sia successo. Il giorno ancora successivo a Parigi c’è la strage del Bataclan e all’improvviso tutti gli occhi sono puntati là. Allora i miei conoscenti e amici libanesi, che mi considerano “anche” occidentale, mi chiedevano perché I loro morti non valessero più o comunque valessero meno di quelli di Parigi, morti per gli stessi motivi, per un’ideologia. Questo è il nodo centrale della questione: noi dobbiamo ricercare un’informazione che non crei morti di serie A, di serie B e tantomeno di serie C, come vengono considerati troppo spesso quelli siriani. Oppure, mi fa arrabbiare quando si va a Palmira ma non si contestualizza cosa sia questa città per i siriani. Racconto anche questo nel libro, con un grande senso di colpa: la prima volta che sono andato a Palmira mi sono affacciato dal castello e tutto quello che ho visto erano la vallata sottostante, la città e i resti archeologici, uno scenario stupendo che mi ha incantato. Solo anni dopo ho saputo che a Palmira c’è un carcere di massima sicurezza dove sono state sterminate decine e decine di migliaia di siriani. Palmira in realtà è un luogo di dolore; mi fa rabbia vedere giornali che parlano di Palmira solamente per il suo patrimonio universale riconosciuto dall’Unesco, senza citare la fine che ha fatto la sua popolazione o la presenza di una prigione così dura. Mi fa arrabbiare la disattenzione per il punto di vista siriano, una distrazione che alimenta una sola cosa: il vuoto. E dal vuoto nasce il fanatismo.

Tornando al tuo libro, come hai già anticipato, questo è il secondo capitolo di una trilogia. Perché hai concepito questa racconto in tre parti e a quale tema sarà dedicato l’ultimo libro?

L’idea di una trilogia è stata graduale. Il primo libro parla del passato, perché c’è un’ampia prospettiva retorica di quello che è la Siria, di quello che è stata in passato in relazione con la sua storia contemporanea. Se non conosciamo la storia di un paese come facciamo a capire quello che avviene oggi in quel posto? Poi ho tentato di scoprire, di chiarire a me stesso e alla fine di divulgare la storia della mia famiglia, perché ho capito che la storia delle torture subite da mio padre ha a che fare con quella di tanti giovani nati dall’eredità del dolore dei loro genitori e di quello che hanno patito. Il secondo capitolo che è quello in uscita, racconta il mio esilio, che è l’esilio di tutto un popolo, quello siriano. Volevo raccontare il presente, con tutte le contraddizioni che ruotano intorno alla questione siriana: partiti di destra e di sinistra che si stringono intorno a un regime criminale e genocida; una certa opinione pubblica che dice «la Siria è troppo complicata, scegliamo il meno peggio», ma il meno peggio è un delinquente. Queste contraddizioni indicano che non abbiamo capito la differenza fra democrazia e tirannia. Dobbiamo ritrovare questa comprensione, i nostri nonni italiani sapevano cos’era una tirannia. Infine, volevo dare un volto ai siriani, alle loro storie dimenticate; volevo rendere giustizia a mio cugino Mustafa, che è solo uno delle tante migliaia di morti in carcere, i cui corpi non verranno mai restituiti. Questo libro vuole e deve essere uno strumento per svegliare l’opinione pubblica e vincere una battaglia contro l’indifferenza. Il terzo libro sarà sicuramente il libro del ritorno: quando la guerra finirà io tornerò in Siria e dalle macerie, dalle fosse comuni, da queste città martoriate in cui andrò in pellegrinaggio, un pellegrinaggio della memoria, voglio raccontare i siriani rimasti e il ritorno di quelli esiliati. La questione siriana per noi sarà per tutta la vita, perché dovremo lavorare alla ricostruzione. Ecco perché ho pensato di scrivere una trilogia: per raccontare tutta la nostra storia. Spero che sia uno strumento di ascolto, perché il popolo siriano non riesce più ad accettare l’incomprensione.

 

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Titolo: Esilio dalla Siria
Autore: Shady Hamadi
ISBN: 9788867831159
Editore: Add
Pagine: 144

 

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Inserito 4 anni fa

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