Le interviste di GoodBook.it | Grand Hotel Italia di Nicolò De Rienzo

GRANDHOTELITALIA

Pronti a partire per le vacanze? Qualcuno di voi sceglierà il campeggio, altri il bed & breakfast, ma ci sarà ancora qualcuno che farà le vacanze come una volta, in un bell'hotel, magari a cinque stelle. Per loro, e per tutti i curiosi, il nostro amico ADD editore ha da poco pubblicato Grand Hotel Italia, un libro che raccoglie le storie dei più grandi concierge del nostro Paese dagli anni '50 a oggi. Per l'occasione, GoodBook.it ha intervistato il suo autore, Nicolò De Rienzo.

Grand Hotel Italia (ADD, 2016) è la versione aggiornata di un libro che tu avevi scritto qualche tempo fa, intitolato Nessun problema (ADD, 2011). Come è nata l’idea di scrivere un libro del genere, incentrato su un mondo che spesso passa inosservato, a cui raramente capita di pensare?

L’idea è nata dalla combinazione di due fattori. Il primo è la mia innata curiosità: io amo parlare con persone che non conosco, fare loro “interviste a freddo”, in qualsiasi situazione si trovino, intrattenere con la gente delle conversazioni che molto spesso riservano grandi sorprese. Questo libro, ad esempio, è nato a margine di un incontro lavorativo, da una chiacchierata con un concierge di un hotel di lusso milanese che mi raccontò per caso un aneddoto molto divertente. In quel momento ebbi l’illuminazione di raccogliere le storie dei portieri dei grandi alberghi di lusso di tutto Italia; l’illuminazione, poi è diventata un’idea fissa, maturata nell’arco di un anno.

Il secondo fattore è la ferma convinzione che le storie di queste persone vadano preservate, perché chi lavora a contatto con la gente ha un ricchissimo bagaglio di ricordi. Troppo spesso queste memorie vengono messe in soffitta a prendere polvere e vengono dimenticate. La mia idea era quella di andare a riprenderle, spolverarle e selezionarle. Quando l’ho esposta alla casa editrice, ne sono stati tutti subito entusiasti. La cosa difficile, ora, era raggiungere queste persone e convincerle a parlare con me.  

Ciò che è su carta è soltanto la punta di un iceberg; esiste un corpo subacqueo di racconti, che purtroppo non è potuto emergere nel libro, perché ho fatto anche interviste che in alcuni casi mettevano in piazza la vita privata di altre persone. In ogni caso, ho cercato di rendere omaggio a queste storie, stando il più fedele possibile al vissuto di chi raccontava, pur dovendo fare delle scelte. Tutto sommato credo siano state scelte ben fatte, nel senso che abbiamo preservato molto la freschezza del racconto. Parlo al plurale perché ovviamente è stato un lavoro fatto a due: il mio, di intervistatore e scrittore, e poi quello dell’intervistato. Penso sempre a questo libro come scritto a più mani e sono molto grato a tutte le persone che hanno deciso di aprirsi con me, partecipando alla stesura.

E perché hai deciso di ampliare e potenziare la prima edizione?

Quando uno fa un figlio e lo guarda crescere ovviamente da genitore vorrebbe il meglio per lui. Con la casa editrice abbiamo visto che il libro aveva avuto un ottimo sviluppo, ma come spesso accade anche alle cose ben fatte, nel tempo ha rivelato dei limiti e delle potenzialità inespresse. Per esempio, c’era una parte sul mondo femminile che poteva essere esplorata e ampliata; quale miglior idea che andare a intervistare Virginia Casale, che è stata per due mandati presidente mondiale delle Chiavi d’Oro, l’associazione internazionale di portieri degli hotel di lusso? Virginia ha un approccio femminile al lavoro, ci parla ad esempio dei problemi legati alla maternità, introducendo una nuova visione di un lavoro che sì, è in prevalenza maschile, ma in cui non manca la rappresentanza delle donne. Il Giappone, per citarne uno, è un paese in cui quello del concierge è un lavoro soprattutto femminile: è un retaggio culturale della figura della geisha. Tutti pensano alle geisha come a delle prostitute, ma quella era una professione che garantiva loro una grande emancipazione, potevano essere e fare cose che le altre donne nella società giapponese non potevano neanche immaginare. Nel mondo occidentale, questa tradizione del servire si è espressa in questi anni attraverso il lusso degli hotel a 5 stelle.

In più, nella nuova edizione c’è un colpo di genio dell’editore che io ho abbracciato subito con entusiasmo: l’introduzione di Rino Barillari, the King of Paparazzi, il capostipite di questa professione. Un personaggio incredibile, che meriterebbe un libro a sé: è sempre stato sulla strada, sempre a contatto con il mondo del gossip e, dato che il libro ha un a grossa fetta ambientata negli anni ‘60, decennio che a ben vedere è stato l’apogeo sociale e culturale dell’Italia, con la sua "dolce vita", la sua spensieratezza, la ricchezza… chi meglio di lui poteva essere adatto a fare un’introduzione di questo genere? Lui che poi è l’opposto delle persone che parlano nel libro: il concierge è il protettore, il paparazzo è quello che cerca di intrufolarsi nella vita e nei segreti delle persone.

In ultima analisi devo dire che è molto azzeccata anche l’aggiunta delle foto, che con il formato precedente non era stata possibile. Queste foto d’epoca ti fanno fare un salto negli anni che racconto, ritraendo molti personaggi famosi proprio in compagnia dei concierge che vengono citati nel romanzo, anche alcuni di quelli storici che non ho potuto intervistare perché sono venuti a mancare.

 

NESSUNPROBLEMA

Nessun problema (ADD, 2011), la prima edizione del libro di Nicolò De Rienzo

 

Che metodo hai adottato per raggiungere e selezionare i concierge da intervistare? E soprattutto, data la loro proverbiale riservatezza, come li hai convinti a confidarsi con te?

Data la mia propensione a parlare con la gente sono stato molto avvantaggiato, ma in generale sono certo che chiunque faccia un libro in cui si necessita uno studio sul campo ti direbbe che quella di raccolta di informazioni è la parte più difficile. Scrivere, in confronto è molto più semplice. Nel caso di questo libro, nella prima fase c’erano due grandi sfide: la prima era reclutare fisicamente coloro che potevano regalarci le loro storie, e la seconda era proprio quella di trovare una chiave per far sì che si aprissero con noi.

Nel primo caso ho avuto una grande fortuna perché chiacchierando con mia madre quando già stavo maturando l’idea del libro ho scoperto che nella mia famiglia ci sono ben due concierge: uno zio di mia mamma e suo genero, ovvero il marito della cugina di mia madre. Aldo Giacomello l’avevo conosciuto da bambino, il giorno del suo matrimonio con la cugina di mia mamma, e non me lo ricordavo. Oggi Aldo è un saggio del comitato delle Chiavi d’Oro ed è ancora molto attivo al suo interno. A quel punto gli ho scritto una mail, in cui gli davo del Lei perché veramente non lo vedevo da 20 anni, parlandogli dell’idea del libro e chiedendogli: è una cosa buona o una stupidaggine? Lui mi ha risposto molto entusiasta, dicendo che era un’opera che non era mai stata pensata e realizzata da nessuno, e che gli sarebbe piaciuto darmi una mano. È stato proprio lui a mettermi in contatto con il presidente delle Chiavi d’Oro, che a sua volta mi ha fatto parlare con i vari presidenti regionali. Da lì è cominciata una “caccia”: cercavo di capire chi venisse nominato di più come esempio, mito, modello dagli stessi concierge. Alcuni, purtroppo sono morti, persone degli anni ’20 o ’30 che avevano iniziato a lavorare appena dopo la guerra. E così piano piano ho iniziato a costruire un puzzle e ho cercato di fare una selezione che comprendesse persone fra gli 80 e i 40 anni, perché ovviamente trovare giovani considerati già fuoriclasse è difficile. Mi sono basato su diversi criteri: dal mito storico, a quello che lavora in una piazza particolare, a quello giovane ma già bravissimo, per cercare di garantire la rotondità della figura del concierge. Questo è un libro che ha tanti livelli: c’è il livello storico, c’è il livello personale, c’è quello goliardico e “gossiparo”, ma c’è anche quello lavorativo.

La seconda parte, cioè convincerli a parlare, non posso dire che sia stata né facile né difficile. Magari qualcuno al mio posto avrebbe trovato la strada molto impervia, se non impraticabile, io me la sono cavata agendo con la più grande chiarezza e onestà possibile. Teniamo presente che avevo davanti a me delle persone che hanno fra le loro doti più spiccate una notevole capacità empatica, perché sono persone che devono interfacciarsi in pochi secondi con delle richieste molto specifiche ed entrare subito in simbiosi con persone esigenti, problematiche, capricciose. Uno così non lo freghi, a meno che tu non ti ponga in maniera del tutto trasparente: "Sono qui – voglio fare questo – non ho un secondo fine – ho un sincero desiderio di navigare nei vostri ricordi – ho un sincero desiderio di portare alla luce anche cose che voi probabilmente avete dimenticato e di conservarle per sempre". Sono molto fiero del lavoro fatto; alcune delle persone che ho intervistato sono morte nel frattempo e io credo che questo libro in qualche modo li mantenga immortali. Sono contento di aver potuto ridare a loro e alle loro famiglie qualcosa indietro, perché loro si sono donati completamente a me.

Un aneddoto divertente è quello che è successo quando ho intervistao Pino Buso, che è stato un grande concierge a Roma e Parigi e poi fu fortemente voluto dallo stesso Gianni Agnelli come maggiordomo della Foresteria Fiat. Lui è un vero lord, potrebbe essere scambiato per un cliente ed è una persona assolutamente riservata, che ha vissuto tutti questi anni di carriera nella sacralità della professione. Per lui sedersi davanti a me a parlare dei fatti di qualcuno, ma anche dei fatti propri, significava andare contro i suoi principi, tanto che appena prima di iniziare l’intervista mi disse: “Le devo confessare che non so perché sono qui”. Però poi, durante la chiacchierata è successa una cosa interessante: si capiva che lui non voleva fare un nome, e all’improvviso, senza che io insistessi, gli scappò. Si fermò e mi disse: “Lei deve essere bravo, perché ho fatto un nome che non volevo fare”.

Da quegli hotel passavano non solo attori, personaggi famosi e miliardari, ma anche politici, papi, servizi segreti. E queste sono persone che spesso arrivavano da realtà molto piccole, paesini sperduti nella campagna o sulle montagne e che hanno iniziato come lucida-ottoni o come responsabili d’ascensore, per poter portare i soldi a casa. C’è una storia citata nel libro che racconta di questo concierge, partito da casa con una sola camicia e un paio di scarpe rattoppate: “Quando sono tornato a casa, dopo 6 mesi, con la valigia piena di abiti nuovi la mia famiglia si chiedeva cosa stessi facendo – racconta - pensavano fossi diventato un gangster”.  Infatti la bellezza di questo libro, secondo me, non risiede tanto nei gossip e nei racconti di personaggi famosi che certo sono comunque gustosi, ma nel racconto del rapporto che c’è fra la persona prima e la stessa persona una volta diventata concierge, perché ci sono dei contrasti che stridono. Penso al racconto di questi ragazzi che negli anni ‘50 andarono a studiare inglese a Londra in autostop e furono costretti a dormire con i barboni perché vennero derubati di tutto. Storie quasi dickensiane. Non è una cosa di tutti giorni sentire questi racconti, al giorno d’oggi.

Queste interviste riescono a costruire una quadro storico molto preciso di come sia cambiata l’Italia in questi anni. Tu ti aspettavi che questo libro potesse avere questa grande potenzialità?

La prima intervista che ho fatto è stata con uno dei personaggi più strepitosi del libro. Subito, infatti, mi sono detto: “Bene, mi sto sedendo su una miniera d’oro”. Poi ovviamente non tutte le persone che ho incontrato erano così: non tutti rendono alla stessa maniera, non tutti si sanno raccontare in un modo così efficace. Ma con alcune persone hai subito l’idea del potenziale che nascondono. Questa prima intervista mi è servita subito per dire: “Qui non si tratta solo di storie e di aneddoti, ma anche di luoghi, di periodi storici, di sensazioni, di spirito di un’epoca”. La difficoltà a quel punto era non fare diventare il mio lavoro un libro soltanto di storie o soltanto di Storia. 

Da lì, le interviste successive sono state mirate a far uscire tutti questi aspetti. Spesso chi si sedeva davanti a me, avendo avuto una vita come quella, era il primo a pensare di dover parlare degli altri. Quello che loro non sapevano - e questa cosa li ha colpiti moltissimo a livello umano - è che io mi sedevo per chiedere cosa avessero visto, pensato, vissuto loro e non gli altri. Ecco perché la mia iniziativa ha avuto poi un enorme successo all’interno delle Chiavi d’Oro, tanto che sono stato invitato al Congresso Internazionale a parlarne.

Ed ecco perché anche le persone più chiuse, più schive, più rigorose sono arrivate a dimostrare una grande riconoscenza nei miei confronti. Come autore questo è stato il premio maggiore, molto più del successo di critica o di vendita.

Nel libro, tu descrivi queste persone come dei supereroi. Qual è la lezione che hai imparato da loro durante questa esperienza?

Quando io dico “supereroe” lo dico per due ragioni fondamentali: prima di tutto il supereroe, nell’immaginario letterario, cinematografico e fumettistico, tendenzialmente è una persona inconsapevole delle proprie capacità, ma che è in grado di trasformarsi al momento giusto, proprio come fanno loro. In secondo luogo, sono “super” perché sono in grado di superare i propri limiti, sono dei talenti puri. Il vero superpotere che ha la maggior parte di loro è la capacità di empatia, di entrare in sintonia con una persona e di avvertire i suoi bisogni e i suoi desideri ancora prima che lei stessa se ne renda conto.

Quello che ho imparato stando vicino a delle persone del genere è prima di tutto che la vita è lunga, che le problematiche si risolvono sempre in maniera diversa e che le difficoltà spesso possono diventare una risorsa. I concierge sono persone evidentemente eccitate all’idea di dover affrontare un problema e trovare il modo migliore di risolverlo. Dal punto di vista umano mi ha colpito moltissimo questa propensione al servizio, tale da arrivare a non considerare più i propri bisogni prioritari. Quello che emerge in alcune interviste, però, è che questa attenzione verso l’altro, se portata all’estremo, può causare difficoltà nel risolvere i propri problemi.

Da poco è mancato Fausto Allegri, uno dei personaggi più istrionici che io abbia intervistato, un concierge che se ne fregava delle regole, portava i capelli lunghi, andava in elicottero a giocare a golf con i clienti durante i turni: con lui mi sono reso conto di cosa significasse per uno come lui, che era stato sul piedistallo per 40 anni, smettere di fare quel lavoro. È come togliere una sostanza stupefacente a un tossico dipendente, non esagero. Questa intervista mi ha fatto capire profondamente cosa può rappresentare un lavoro del genere: diventi un supereroe per gli altri e rischi di allontanarti talmente tanto dalle tue esigenze da confondere quelle degli altri con le tue. Questa è una lezione di vita: fai attenzione a non dimenticarti chi sei, non superare mai questo limite.

 

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Titolo: Grand Hotel Italia
Autore: Nicolò De Rienzo
ISBN: 9788867831227
Editore: ADD Editore
Pagine: 285

 

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