Intervista | Due attese, il fumetto d'esordio di Maurizio Lacavalla

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"Ho provato a fare come gli Swans" ci dice Maurizio Lacavalla quando gli chiediamo come sia nato Due attese, il suo fumetto d'esordio ora in libreria per le Edizioni BD. "Avevo da poco visto gli Swans dal vivo al teatro Manzoni di Bologna. Gli Swans si presentano riuniti quasi in cerchio, hanno dei volti segnati, scavati e da cattivi di film americani. All’ingresso il personale distribuisce tappi per le orecchie, i volumi sono altissimi. Non sono accomodanti nei confronti del pubblico, Michael Gira dirige con rabbia e prepotenza gli altri musicisti nelle steppe di rumori. Il crescendo all’inizio è indistinguibile ma poi chitarre, campanellini, pelli e accordi diventano sempre più netti e riconoscibili. Noi, il pubblico, siamo circondati dall’aria densa del muro di suono che avevano appena creato. Nell’ultimo brano, Gira continua a pennare lo stesso accordo per quasi trenta minuti mentre tutt’intorno gli altri Swans costruiscono piano quella che sarà l’esplosione finale. Volevo suonare così".

Il lavoro di Lacavalla, pugliese classe 92, è ricco di citazioni pop "Twin peaks,  The twilight zone, X-files", ma è un fumetto molto raffinato per un autore così giovane. Prima di tutto per la storia, che riflette sul rapporto non sempre lineare che si instaura tra il tempo che passa e la verità dei fatti. Siamo a Barletta, in un momento imprecisato in cui i nipoti di chi ha fatto la Seconda Guerra Mondiale sono bambini. Tre generazioni (la moglie, i figli e poi il nipote Salvatore) aspettano il ritorno di un uomo di cui si sono perse le tracce durante la guerra e che stanno cercando da decenni, prima rivolgendosi a un'indovina e poi a un investigatore privato americano. Ci sono le indagini, ci sono le domande senza risposta, gli sguardi, il tempo che si dilata e sembra inghiottire tutto mentre si aspetta qualcosa che non arriva. "Una delle idee alla base di Due Attese, fin dall’inizio, era quella di avere pochi momenti topici in un grande magma di suono - ci racconta Maurizio - Decido quindi di far recitare tutte le scene con Salvatore e la nonna difronte alla vetrata del salone che, con i suoi riflessi deformati, diventa un terzo personaggio. Se si presta attenzione, è quasi tutto in quell’angolo escluse due pagine in cui la casa parla e si mostra nelle sue altre stanze, la camera da letto, il corridoio, il terrazzo, per poi richiudersi nuovamente sulla vetrata".

Anche il racconto della guerra è un riflesso distorto, perché Maurizio è troppo giovane per averla vissuta. Forse l'ha sentita raccontare e ci viene spontaneo chiedergli se e quanto di autobiografico ci sia in questa storia. "Sono abbastanza sicuro che tutti i libri siano autobiografici - dice - Se decido di raccontare una storia che mi è stata tramandata dalla mia bisnonna , da un amico o ascoltata al bar, è comunque terreno dell’autobiografia.  È compito dell’autore poi scegliere su quale piano della realtà posizionare il C’era una volta".

Quello che ci ha colpito di più di Due attese, però, è lo stile. "Credo che tutta la crescita artistica e professionale sia nel ripulire gli eccessi, i vezzi, gli orpelli e conservarne solo qualcuno a cui si è particolarmente affezionati" ci dice l'autore. In effetti il suo fumetto è essenziale nella narrazione, con i dialoghi ridotti all'osso, feroce nel tratto, disturbante nei contrasti netti tra chiaro e scuro, straniante. Qualcuno ha detto che le atmosfere di Lacavalla assomigliano ai film di David Lynch, ma se gli chiediamo cosa l'abbia ispirato ci risponde "Nell’estate in cui ho iniziato a lavorare al libro, in Piazza Maggiore (a Bologna, dove vive l'autore, ndr) hanno proiettato Le armonie di Werckmaister ed è stato difficile resistere alla bellezza delle quinte e delle ombre nere che sembravano danzare intorno ai personaggi. Visivamente mi sono formato fra Druillet, Nihei e Breccia nell’adolescenza ma la passione per il fumetto è nata con PK e durante la stesura di Due attese ho recuperato alcuni lavori di Don Rosa. C’è un libro di Burroughs, Strade morte, in cui il protagonista nelle prime pagine è coinvolto in una sparatoria. Dopo il primo colpo inizia una digressione lunghissima per poi tornare a quel momento. Due attese nasce anche dopo questa lettura".

Abbiamo chiesto quindi a Maurizio di commentare alcune delle sue tavole, per raccontarci il processo creativo di un esordio così complesso, a volte quasi faticoso per il lettore, ma che allo stesso tempo lo attrae come una calamita. Un fumetto che, parafrasando le parole dell'autore, è come una bella sedia per il lettore, ma con qualcosa di scomodo nascosto nell'imbottitura della seduta.

 

 La sepoltura

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"La sequenza della sepoltura di Emilio è dilatata per tutto il libro. Dalla seconda apparizione compare un misterioso quadratino nero al centro della vignetta. È la permanenza di un dettaglio della pagina precedente che si stringe sempre più fino a diventare un puntino bianco su fondo nero. Nella sequenza finale, il momento in cui i due aguzzini scavano la fossa e seppelliscono Emilio, quel quadratino nero con puntino bianco è l’eco di un mirino delle pagine precedenti ma è anche apertura, chiusura, fosso, stella.  Ricompare successivamente sul volto esploso di Karl, a metà fra la censura e l’iper stilizzazione dell’evento: un foro nel cranio. Si sovrappone anche alla sequenza della casa parlante: lì diventa, secondo me, presenza oscura di morte. In Due attese ci sono elementi che rimangono impressi sulle pagine e continuano a fluttuare sospesi su altre vignette. Che tutto possa accadere in un unico momento?" 

 

I vermi

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C'è un corpo qui. Coltiviamolo. E' un criminale di guerra, lo senti il sapore? Non ci interessa. Noi perdoniamo tutti. Prendiamoci cura dei suoi organi. Togliamoli la pelle così può espandersi. Fecondiamolo. Siamo gli spermatozoi della terra. Siamo carezze umide di madre.

"Le due pagine dei vermi nascono in maniera istintiva, sono state aggiunte in un secondo momento e non erano previste. Una volta che avevo ucciso Karl, sentivo il bisogno di redimerlo. Ho sempre avuto in mente questo ipotetico incipit: Un criminale di guerra, un dittatore, riesce a fuggire e a mettersi in salvo prima di capitolare. Vaga per mesi attraverso campi aridi, piccoli villaggi, foreste e arriva nudo, smunto e febbricitante nel rudere di un contadino. Questi non lo riconosce, lo accoglie in casa e lo cura nel suo letto, lo nutre con i suoi ortaggi. Mi piaceva il pensiero che i vermi, ciechi, riconoscano dal sapore un criminale ma decidano di perdonarlo perché loro hanno il potere di rimestare la terra, renderla fertile nuovamente con il semplice atto del mangiare/decomporre. Poi Valerio ha avuto l’idea, il colpo d’occhio, la velocità d’esecuzione: Metti i testi piccoli, davvero piccoli. Son vermi, son piccoli anche loro”.

 

La copertina

"La copertina è sempre un affare difficile. Mentre concludevo il libro sono ritornato al museo archeologico di Bologna, immergendomi nella sezione egizia. L'idea che Due attese fosse un Libro dei Morti già c'era ma in quel momento diventa chiara e limpida. Decido quindi di trasformare i personaggi nelle tipiche statue cubiche egizie, immobili e inanimate come l'idea stessa di attesa. Le sguardie, invece, riprendono il motivo classico della psicostasia, la pesatura del cuore. Il font del titolo è stato curato dall'art director di Edizioni BD, Giovanni Marinovich che, fin da quando abbiamo iniziato a fantasticare su questo libro, voleva ritrovarsi in mano un monolite. Oltre agli egizi, oltre a De Chirico, la copertina è stata ispirata dalla copertina dell’album Diary dei Sunny Day Real Estate".

 

 

 

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Titolo: Due Attese

Autore: Maurizio Lacavalla

Editore: Edizioni BD

Pubblicazione: giugno 2019

Pagine: 146

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Inserito 56 giorni fa

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