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FRISCO

Caro Pesca alla trota in America,

ho incontrato il tuo amico Fritz a Washington Square. Mi ha detto di dirti che il suo caso è finito davanti a una giuria e che la giuria lo ha assolto.

Dice che è importante che dica che il suo caso è finito davanti a una giuria e che la giuria lo ha assolto e perciò l’ho ridetto un’altra volta.

Sembrava in forma. Se ne stava seduto al sole. C’è un vecchio detto a San Francisco che fa: «È meglio riposarsi a Washington Square che nel Centro correzionale per adulti della California».

E come vanno le cose a New York?

Un tuo

Fervente Ammiratore

Ritorno alla copertina di questo libro, tratto da Pesca alla trota in America. Einaudi, 2017. Traduzione di Riccardo Duranti. Pagg. 96-97.

 

Sono a Washington Square, di fronte a Benjamin Franklin, e soltanto adesso mi rendo conto di aver lasciato a casa la mia copia di Pesca alla trota in America. Tra le prime pagine del libro c’è la riproduzione di una foto di Richard Brautigan – baffoni gialli, occhiali tondi, cappello un po’ abbondante, sovrapposizione di collane e immancabile panciotto – scattata da Eric Weber proprio in questa piazza. L’occasione fu la realizzazione della copertina della prima edizione del libro, il libro che Brautigan scrisse nel 1967 e che io ho letto poco prima di partire per il mio viaggio on the road in California. Dico libro non a caso: Pesca alla trota in America non è un romanzo, certamente non è un racconto; è una serie di “fatti”, aneddoti messi in fila e collegati dal protagonista che s’intrattiene con un’allegra manciata di comparse.

Pesca alla trota in America è ambientato in tre luoghi: Oregon, Idaho e San Francisco. Ed è nella città del ponte sospeso e dei balconi vittoriani, quella che nacque nel 1776 come La Misión de Nuestro Padre San Francisco de Asís, che comincia la storia. Non che sia il mio libro preferito, tra quelli scritti da Brautigan, ma mi sarebbe piaciuto sedere all’ombra di un cipresso e rileggere qualche passo. Questo è il rischio di chi si ostina a concepire il rito della preparazione dei bagagli come un’attività accessoria e poco interessante.

Con l’espressione “Pesca alla trota in America”, Brautigan si riferisce a cose diverse: in alcuni racconti è un amico dal profilo indefinito, in altri è un’armatura, in un brano è addirittura la scritta sulla schiena di un ragazzino. È un hotel, l’Hotel Pesca alla trota in America, ed è anche l’accezione più ovvia: la pesca alla trota, in America, che «spesso è soltanto un luogo della mente». Pesca alla trota in America è un sentimento che ha a che fare con una nostalgia indifesa; con la necessità di comunicare, anche con un certo imbarazzo, senza però spiegare troppo, nascondendo le intenzioni più ambiziose con affermazioni surreali e in apparenza fuorvianti.

Per esprimere un bisogno umano, ho sempre desiderato scrivere un libro che finisse con la parola maionese.

Richard Brautigan si uccise il 14 settembre del 1984 con un colpo di fucile calibro .44 nella sua casa di Bolinas Mesa, in California. Due anni prima aveva pubblicato quello che io considero il suo capolavoro: American Dust. Prima che il vento si porti via tutto (oggi disponibile nelle edizioni Minimum Fax, ndr). Nel 1957 era stato ricoverato in un ospedale a Salem con una diagnosi di schizofrenia paranoica (tenuta sotto controllo con alcune sedute di elettroshock). Ci restò un paio di mesi, poi partì per San Francisco, dove conobbe Ferlinghetti, Kerouac e Ginsberg; anche Brautigan era un esponente della controcultura, ma aveva un approccio diverso rispetto ai membri della beat generation. Il suo aspetto gli valse un posto nella cerchia degli hippies, eppure si sentiva alieno anche tra quelli che sembravano i suoi simili. Anzi, una volta arrivò a prendere le distanze in modo esplicito: «Non sono uno scrittore hippy. La mia è solo la risposta di un uomo alla vita del XX secolo».

Brautigan passava le sue serate all’Enrico’s, a bere insieme al suo amico e collega Don Carpenter. Sentiva un’affinità speciale con lui perché condividevano lo stesso destino: erano entrambi tenuti fuori dai luoghi che contavano, dai salotti che, diceva Brautigan, erano presidio della “Mafia letteraria dell’East Coast”. Pesca alla trota in America ebbe un successo inaspettato: trecentomila copie vendute nel primo anno (il libro precedente, Il generale immaginario, ne vendette solo settecento). Ma fu un lampo di luce che durò appena qualche anno; i libri successivi non raggiunsero lo stesso numero di lettori e, fallimento dopo fallimento, Brautigan si chiuse sempre più in se stesso.

American dust è un racconto lungo, un ricordo e una confessione. È la storia di una tragedia di cui si sente solo il sentore, accennato da una lieve flessione oscura nel tono del narratore. Il racconto comincia con un’anticipazione («Quel pomeriggio non sapevo che la terra aspettava di ridiventare una tomba nel giro di qualche giorno appena»); veniamo a sapere che, in un’estate del 1947, quando si trattò di scegliere tra un hamburger e una scatola di proiettili, il narratore non aveva fame. La tensione aumenta durante la lettura, anche se non si capisce, se non alla fine, quale sia la questione. Poi il narratore tergiversa, si confonde, non accenna più all’accaduto se non con qualche riferimento lanciato in modo (sapientemente) distratto; più si allontana dall’evento, però, più la lettura è coinvolgente. Il narratore è simpatico, spassoso, perciò l’empatia è totale. Nel tempo della storia il protagonista ha quarantanove anni e sta raccontando un episodio avvenuto durante l’adolescenza. Brautigan aveva confidato a un amico che non gli piaceva sparare quando c’era qualcuno perché da bambino aveva avuto una brutta esperienza, e partendo da questo commento non è troppo difficile collegare la finzione alla realtà.

In un saggio dal titolo Col passar del tempo, un motivetto innocuo, Charles D’ambrosio scrive a proposito della scrittura di Richard Brautigan che: «A volte sembra che le sue metafore tentino di rinnovare la percezione in un mondo che è prepotentemente familiare. Ecco perché sono spesso o sottili o maldestre, o troppo timide o sfacciate nel “bussare alle porte della letteratura Americana”» [Perdersi, Charles D’Ambrosio. Minimum fax, 2016. Traduzione di Martina Testa. Pagg. 258-264]. Ma se è vero che: «Tutta l’opera di Brautigan ha l’umore di un bambino solitario che cerca di divertirsi», in American Dust sembra che quel bambino abbia attraversato una linea di confine che non gli permette di agire con la stessa purezza. Non si concede più di fissare le pulci d’acqua che suonano l’armonica, non prova a farci credere che una trota è più felice se muore bevendo del vin dolce. Non si sentirebbe più credibile a raccontare la storia di quella volta che scambiò una vecchia del Vermont per un torrente («Mi scusi», le dissi «Pensavo che lei fosse un torrente pieno di trote». «E invece no,» rispose lei [Tocca legno (seconda parte), tratto da Pesca alla trota in America. Einaudi, 2017. Traduzione di Riccardo Duranti. Pagg. 6-8]). È come se Richard Brautigan avesse capito che serbare una certa innocenza, di sguardo e di scrittura, non fosse più permesso: non solo fuori luogo, com’era sempre stato, ma fuori tempo massimo. Ecco perché, anche se non è il mio libro preferito, nutro un certo affetto per Pesca alla trota in America: perché rileggendo quelle frasi sconnesse e quelle trovate assurde, talvolta inconsistenti, talvolta geniali, mettendo insieme i torrenti delle trote e la polvere dell’America, sono io che provo una certa nostalgia.

 

Caro Fervente Ammiratore,

mi fa piacere sentire che Fritz non sta in galera. La cosa lo preoccupava molto. L’ultima volta che sono stato a San Francisco, mi diceva che le probabilità che finisse dentro erano dieci a uno. Gli consigliai di procurarsi un buon avvocato. A quanto pare ha seguito il mio consiglio ed è stato anche molto fortunato. Questa è sempre un’ottima combinazione.

[...] Me ne voglio andare da New York. Domani parto per l’Alaska. Voglio trovarmi un torrente gelido vicino all’Artico dove crescono quei bellissimi muschi strani e passarci una settimana in compagnia dei temoli. Il mio recapito sarà: Pesca alla trota in America, Fermo Posta, Fairbanks, Alaska.

Il tuo aff.mo amico,

Pesca alla trota in America

 

Maria del blog Scratchbook

 


 

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