Parti con GoodBook.it | New York, la guida di Giuditta Legge

NewYork

Compie sessant’anni una delle figure femminili più iconiche della letteratura americana, nata nel 1958, che di lì a qualche anno, precisamente nel 1961, avrebbe avuto le fattezze di Audrey Hepburn nella riduzione cinematografica del romanzo breve di Truman Capote, Colazione da Tiffany.

Nonostante lo scrittore avrebbe preferito nella parte Marilyn Monroe, Audrey Hepburn ha incarnato con pieno risalto la grazia incantevole e frivola, scanzonata e malinconica di Holly Golightly.

Per me New York è soprattutto la scintillante vetrina di Tiffany, vista con gli occhi sensuali e desiderosi del personaggio di Capote:

la gattina più eccitante che la macchina per scrivere di Truman Capote abbia mai creato. È un incrocio tra una Lolita un po' cresciuta e una giovanissima Zia Mame… sola, ingenua e un po' impaurita

come la definì il Times.

Nonostante nel finale del libro, e non nel film, la fanciulla lasci New York per scappare in Sud America, la sua storia è strettamente e fittamente intrecciata con la vita nella Grande Mela, l’unica città in cui sarebbe stato possibile immaginare una vita così libera e scevra da comportamenti convenzionali, che tante critiche valsero a Capote, come quella di Holly Golightly.

Nella mia percezione di lettrice, New York continua a essere in connubio con personaggi femminili alla strenua ricerca di sé, come se la camaleontica e luccicante megalopoli fosse lo scenario ideale per donne complesse e difficilmente codificabili o irrigidite in definizioni banali e convenzionali.

Per la maggior parte delle persone trasferirsi a New York è un gesto ambizioso. Ma per te è un fallimento, tu sei cresciuta lì, quindi vuol dire soltanto che stai tornando a casa perché non sei riuscita a farcela nel mondo.

Confessa immediatamente la propria inadeguatezza, legandola alla città, Andrea Bern, la trentenne protagonista del romanzo breve di Jami Attenberg, pubblicato in America nel 2017 con il titolo All Grown Up, che diventa in italiano Da grande nella performante traduzione di Viola Di Grado per Giuntina. Il vero trionfo, dopo l’iniziale sentore di sconfitta che accompagna il trasferimento, è il trasloco in un nuovo appartamento con un vista minuscola su l’Empire State Building. Quel pezzetto di panorama celebre che Andrea Bern intravede dalla finestra diviene la metafora del suo talento artistico, troppo fievole per fare strada ma nello stesso tempo profonda ragione di vita. Tanto che quando deciderà di smettere del tutto di dipingere, comincerà a invecchiare.

Andrea Bern è uno straordinario personaggio irrisolto e irresoluto, che solo quando finalmente stringerà tra le braccia la nipotina e si confronterà con la caducità della vita e la drammaticità di certe esistenze, in un serrato confronto con la morte, potrà allargare i propri orizzonti e cominciare a percepirsi come persona che ama.

E non poteva che essere New York l’approdo naturale di Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Cochran, dopo tre anni di apprendistato a Pittsburgh come una delle prime reporter donna. Quattro anni prima dell’arrivo di Nellie Bly, Joseph Pulitzer ha rilevato un giornale sull’orlo del fallimento e ne ha fatto uno dei più importanti della città: World. Siamo nel 1887, e Nellie Bly arriva a New York:

il World è il suo approdo naturale, lo sa, lo sente. Inchieste sensazionali, grandi interviste, pagine mirabilmente illustrate, editoriali al vetriolo. Un giornale che parla a un pubblico nuovo, più popolare certo, ma affamato di notizie. E Nellie sa che in quel giornale può mettere a frutto il suo talento, sa che quello e solo quello è il suo giornale.

E così sarà: con l’appoggio di Pulitzer e del direttore e braccio destro, John Cockerill, Nellie Bly firmerà tanti pezzi importanti e i due reportage che faranno storia nella pratica giornalistica, uno sul manicomio femminile della città e il racconto del viaggio per sfidare il viaggiatore per eccellenza, Phileas Fogg, facendo il giro del mondo in 75 e non più in 80 giorni come immaginato da Jules Verne.

La vita di questa donna eccezionale, che crea il mito di “a free american girl” è raccontata in Dove nasce il vento il romanzo di Nicola Attadio pubblicato da Bompiani, nato dalla suggestione della puntata, dedicata alla giornalista americana, della trasmissione radiofonica “Vite che non sono la tua”, di cui Attadio è autore e conduttore.

La giornalista che ha saputo raccontare la nuova America che comincia a delinearsi alla fine dell’Ottocento, quando nel 1919, dopo aver vissuto in prima persona sul fronte orientale la Prima Guerra Mondiale, ritorna a New York deve constatare che

Il suo vecchio mondo non esiste più. Il progresso, lo splendore, la fiducia del ventennio a cavallo tra due secoli si sono infranti contro l’orrore della guerra.

Eppure è ancora pronta a combattere sia la sua personale battaglia patrimoniale contro i familiari, sia la battaglia di una più netta emancipazione femminile. Muore il 27 gennaio 1922, in tempo per festeggiare due anni prima il riconoscimento del diritto di voto alle donne.

New York per me è donna, libera e anticonvenzionale: come potrebbe essere diversamente per una città che ha il suo simbolo nella Statua della Libertà, emblema femminile per eccellenza, che si concede con un’aura di magia, come incisivamente immagina Alessandro Baricco nell’incipit di Novecento:

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America.

 

Giuditta del blog Giuditta legge

 

 


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