L'editore del mese | Intervista a Alejandra Costamagna, scrittrice

ED MESE EDICOLA BLOG

Con l'autunno torna la rubrica "L'editore del mese" che ogni mese vi porta alla scoperta di un editore del panorama indipendente italiano con l'aiuto di alcuni book-blogger.

Questo ottobre lo dedichiamo agli amici di Edicola Ediciones, una casa editrice che amiamo molto e che fa da ponte fra due mondi: l'Italia e il Cile.

Iniziamo con l'intervista a di Claudia del blog Il giro del mondo attraverso i libri a una loro autrice cilena, Alejandra Costamagna. Di seguito, l'intervento di Claudia.

 


 

Conoscete il blog di Good Book.it, La scimmia dell’inchiostro? Si tratta di un bel blog di approfondimento culturale che propone suggerimenti di lettura, interviste, anteprime, news ed eventi legati al mondo editoriale; la redazione de La scimmia dell’inchiostro ogni mese sceglie una casa editrice e la presenta al pubblico italiano attraverso interviste agli editori e agli autori, il tutto volto a conoscere le diverse realtà editoriali italiane, soprattutto quelle più piccoline.

Il mese di ottobre sarà dedicato alla scoperta di Edicola ediciones, una casa editrice tosta che fa spola tra l’Italia e il Cile, traducendo nel Belpaese autrici e autori cileni e viceversa verso il Cile.

Quale ruolo ha il mio blog in questo progetto? Giulia di GoodBook.it mi ha proposto di leggere C’era una volta un passeroraccolta di tre racconti brevi scritti da Alejandra Costamagna, e quindi di porre alla scrittrice cilena alcune domande per la rubrica "Interviste" del blog La scimmia dell’inchiostro. Le otto domande che ho posto alla gentilissima Alejandra sono state tradotte da Paolo Primavera e Alice Rifelli di Edicola ediciones; le trovate di seguito.

Buona lettura!

Claudia: Scrittori per desiderio o per caso. Lei, Alejandra, come e quando ha capito che voleva diventare scrittrice?

Alejandra: Non credo si sia trattato di una decisione consapevole. Credo che tutto sia partito dalla lettura. La scrittura è, in un certo senso, la proiezione della lettura. Forse nel momento della pubblicazione del mio primo romanzo, En voz baja, mi sono trovata di fronte a un dato di fatto. Che ho assecondato.

Claudia: Nel racconto C’era una volta un passero quando la protagonista adolescente, Amanda, va a trovare il padre in carcere afferma: “La perquisizione non ci sembra la cosa peggiore; forse la cosa peggiore è che ci siamo abituate” e in questa frase lei ha condensato tutto il disagio che deriva dal vivere in una dittatura. Com’è stato, per lei bambina e adolescente, vivere gli anni della dittatura di Augusto Pinochet? Quali sono state le limitazioni che ha patito di più?

Alejandra: Non ho vissuto l’esperienza più dura, non ho famigliari desaparecidos né torturati o uccisi. Le limitazioni che ho dovuto vivere, in questo senso, sono state più domestiche. Ho trascorso l’infanzia e la prima adolescenza sotto coprifuoco e in stato d’assedio, in un paese dalla falsa normalità, dove avevamo paura a camminare per strada e, al tempo stesso, nutrivamo il desiderio di imparare il linguaggio degli adulti, che ci avrebbe permesso – credevamo allora – di capire il significato dei silenzi, delle estreme attenzioni dei nostri genitori, degli eufemismi, dei militari in strada, delle persone che non c’erano più, dei blackout, delle parole proibite.

Claudia: Sempre nel racconto C’era una volta un passero, di nuovo Amanda – ma riferendosi anche alla sorella Virginia –, dichiara: “Noi continuiamo a fare domande, non smetteremo mai di farne”, riferito al fatto che spesso la madre taceva alle figlie le informazioni a proposito del destino del padre. Lo stesso è stato anche per lei? Anche lei poneva domande e questioni ai suoi genitori, quando la realtà irrompeva nelle vostre vite? E che cosa le raccontavano i suoi? Indoravano la pillola o le presentavano la realtà così come stava?

Alejandra: Come molte famiglie durante quegli anni, anche i miei genitori cercavano di proteggermi ed evitavano di raccontarmi tutto quello che stava succedendo. Non per indorare la pillola, quanto per non espormi ai pericoli. I miei genitori sono argentini e si sono traferiti in Cile nel 1967, dopo l’arrivo al potere di Juan Carlos Onganía. Ricordo che, chissà perché, percepivo la loro argentinità come una specie di salvacondotto. Sapevo molto bene che la parola “comunismo” era una bomba verbale che in quegli anni nebbiosi non potevamo assolutamente sganciare. A volte mi facevo scappare altre parole, come Quilapayún [gruppo cileno di musica popolare che appoggiò il governo di Salvador Allende, N.d.T.] o Víctor Jara [cantautore cileno, militante del Partito Comunista, imprigionato, torturato e assassinato dai militari pochi giorni dopo il colpo di stato, N.d.T.], che era la musica che si ascoltava in casa mia. A volte canticchiavo addirittura le loro canzoni. Ed è capitato che ogni tanto qualche curioso mi chiedesse se i miei genitori fossero comunisti. Era in quei momenti che tiravo fuori il salvacondotto: "Sono argentini". Ora che ci ripenso, a quell’età ero convinta che il comunismo fosse cileno e che, in quanto argentini, i miei genitori fossero immuni da quegli strani sospetti.

Claudia: Nel racconto Lancette d’orologio la protagonista afferma: “Una madre è una foto sul muro di una casa”, mentre nel racconto C’era una volta un passero Amanda dichiara: “un padre è una bomba ad orologeria”. In queste due dichiarazioni, fatte da due ragazze adolescenti, si legge il riferimento alle persone scomparse durante i diciassette anni del regime di Augusto Pinochet. La madre che scompare e diventa una foto, un padre che si ribella al regime e potrebbe mettersi in pericolo. Quanto è ancora forte in Cile – e in Argentina – la questione dei desaparecidos?

Alejandra: Non avevo mai dato questa interpretazione alle frasi che hai citato, ma la tua mi sembra una lettura possibile e interessante. Il tema continua senza dubbio a essere presente. E fino a quando la verità, tutta la verità sui detenuti desaparecidos, non verrà a galla e non si farà vera giustizia, questa continuerà a essere una questione in sospeso.

 

Alejandra Costamagna (© Alberto Sierra)

 

Claudia: Uno dei libri che ho amato di più è Ho paura torero di Pedro Lemebel (edito in Italia da marcos y marcos e tradotto da M. L. Cortaldo e G. Mainolfi), che ha un incipit drammatico e bellissimo allo stesso tempo: “Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, al lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i Fermo lì stronzo, agli spari e le corse a perdifiato (…) Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e dai tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”. Quando è terminato il regime di Augusto Pinochet, lei aveva vent’anni: cosa ricorda degli ultimi anni della dittatura?

Alejandra: Anche se gli ultimi anni non furono i più duri della dittatura, ci sono stati casi atroci dei quali ci è toccato essere testimoni diretti. Tra questi, i fatti del 29 marzo del 1985, ovvero l’assassinio dei fratelli Rafael e Eduardo Vergara Toledo nella Villa Francia, e il sequestro, e successivo sgozzamento, del sociologo José Manuel Parada, a quei tempi capo della documentazione della Vicaría de la Solidariedad, del pittore e pubblicista Santiago Nattino, e del dirigente sindacale dei professori Manuel Guerrero. Sono molti i crimini commessi durante quegli anni dalla dittatura, una lista a cui voglio aggiungere l’assassinio del giornalista José Carrasco e di altri tre militanti di sinistra nel 1986 e la cosiddetta “Operazione Albania” nel 1987. Furono degli avvertimenti, la dittatura ci stava dicendo di essere ancora viva, sempre vigile. Nonostante questo eravamo giovani, e come giovani credevamo che il futuro potesse portare un cambiamento e ci consegnavamo a quell’idea con una dolce e ingenua speranza.

Claudia: La sua collega scrittrice Nona Fernández nel suo libro Chilean electric, portato in Italia da Edicola e tradotto da Rocco D’Alessandro, scrive: “Per molti anni Salvador Allende fu per me soltanto una voce. Sapevo che era stato l’ultimo presidente eletto dal paese, sapevo che era morto all’interno della Moneda, però non avevo mai visto nessuna sua immagine, era solo un’ombra oscura e sfocata. In casa mia non c’erano foto di Allende. In nessuna casa di nessun amico, di nessun parente, di nessun vicino. E se c’erano, stavano ben nascoste”. Lei era molto piccola quando Salvador Allende morì, ma qualcuno dei suoi famigliari o amici più grandi è riuscito a trasmetterle qualcosa del Presidente? Ha ascoltato a posteriori i suoi discorsi registrati? Se sì, che idea si è fatta del Presidente Allende?

Alejandra: Sì, chiaramente ho ascoltato i discorsi di Allende più volte. Senza andare troppo indietro nel tempo, ho riascoltato il discorso di Radio Magallanes [fu l’ultimo discorso alla nazione di Salvador Allende, trasmesso da Radio Magallanes mentre i militari stavano bombardando il palazzo presidenziale, N.d.T.] proprio l’11 di settembre appena trascorso. Non ho conosciuto Allende, ma mia madre mi portò sulle spalle a più di uno dei suoi comizi. Ero molto piccola e ovviamente non ho ricordi, ma con il tempo mi sono creata un’immagine molto precisa e delineata del suo personaggio. Che fosse soprannominato “El Chicho” [letteralmente, il piccolo, N.d.T.] già fa capire quanto venisse considerato un tipo tranquillo, simpatico a tutti. I miei genitori parlavano con infinito rispetto del Chicho e io conservo questo ricordo ereditato da loro.

Claudia: Nella graphic novel Gli anni di Allende di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, tradotto da Paolo Primavera per Edicola, quando il Presidente Allende è sotto assedio al Palazzo della Moneda, lancia un ultimo messaggio ai cileni: “Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Continuate voi, sapendo che, più prima che poi si riapriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Via il Cile! Viva il Popolo! Viva i lavoratori!”. Dopo i diciassette anni della dittatura di Pinochet, cosa è successo al Cile? Ha seguito il commovente, ultimo messaggio del Presidente o ha intrapreso una strada diversa, lasciandosi alle spalle sia la dittatura sia l’eredità dei tre anni del mandato di Allende?

Alejandra: Senza dubbio, e finalmente, il Cile è uscito dalla lunga notte della dittatura. Anche se credo che i legami istituzionali con il regime, l’ossessione nei confronti del consenso, gli accordi inclini all’impunità e il rafforzamento del sistema neoliberale hanno finito per ostacolare il coronamento effettivo di questa nuova democrazia. Temo che l’ultima parte del discorso di Allende (“Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”) non si sia ancora compiuta.

Claudia: L’ultima domanda è una curiosità. Quali libri consiglia di leggere, a noi lettori italiani, per capire il Cile della dittatura e il Cile di oggi?

Alejandra: Poco hombre, di Pedro Lemebel. È stato pubblicato da Ediciones UDP poco prima della sua morte e riunisce settantatré cronache tratte dai suoi libri. Un ripasso del Cile degli ultimi decenni: dagli anni settanta del secolo scorso fino al 2012.

(Questa intervista è apparsa anche sul blog Il giro del mondo attraverso i libri)

 

 

passero

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Titolo:  C'era una volta un pasero
Autore: Alejandra Costamagna
ISBN: 9788899538064
Editore: Edicola Ediciones
Pagine: 80

 

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Inserito 11 giorni fa

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