Le interviste di GoodBook.it | Matteo Caccia

Matteo Caccia

Matteo Caccia scrive e racconta storie per la tv, la radio e il teatro. Potete ascoltarlo tutte le sere in diretta su Radio 2 con Pascal oppure vederlo in scena con il suo story show Don't Tell my Mom a Milano, ogni primo lunedì del mese.

Noi di GoodBook.it abbiamo letto il suo ultimo romanzo: Il silenzio coprì le sue tracce, edito da Baldini & Castoldi. Una storia di uomini, boschi, animali e montagne, un romanzo che racconta il ritorno della natura e la nostra emergenza selvatica.

Ci è piaciuto molto e abbiamo voluto parlarne con Matteo: questa l'intervista!

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 Matteo Caccia

 

Il tuo romanzo, Il silenzio coprì le sue tracce, si svolge sul versante degli Appennini che collega Liguria e Maremma, in Toscana. È una storia che parla (anche) di montagna. Perché hai deciso di raccontare questo ambiente, in un momento storico super-civilizzato e iper-connesso come il nostro?

Più che una storia sulla montagna è una storia che racconta il confine tra il domestico e il selvatico, tra la civiltà e la selva. La montagna che racconto è quella che in Italia è considerata “seconda”: la prima sono le Alpi, soprattutto per noi che stiamo al Nord. Il pezzo di montagna che io racconto, gli Appennini, sono delle montagne che ho scoperto facendo delle ricerche sul lupo. La mia ricerca era focalizzata su questo animale, che nell’immaginario comune rappresenta l'animale più selvaggio, più inafferrabile e per certi versi anche più spaventoso che ci sia in Italia, dopo l’orso forse (anche se in realtà dal punto di vista scientifico non è così). Attraverso questa ricerca ho scoperto che in Italia esiste un corridoio selvaggio che la natura nel tempo si è ripresa ed è proprio quel tratto di Appennino che il lupo ha percorso per ripopolarsi. È stato lì che ho iniziato a interessarmi alla natura che si riprende il mondo, che si riprende aree e paesi che l’uomo ha abbandonato. Indubbiamente questo desiderio mi è venuto a causa di un senso di stanchezza nei confronti della civiltà, - civiltà che ovviamente non ripudio: vivo a Milano, ci sto da 20 anni e non sarò mai un eremita di montagna perché sono sostanzialmente un cittadino. Però a un certo punto la sovraesposizione alle informazioni che investe la nostra vita e che passa da diversi elementi - dal web, ai social, alla tv, dalla radio fino ai quotidiani – mi ha creato un vero e proprio rigetto. Quindi ho smesso di leggere i giornali, di guardare un certo tipo di TV e di informazione, pur essendo io una persona che si è sempre molto interessata alla cosa pubblica e alla politica perché ho sempre pensato che fosse di un’importanza fondamentale per la vita dell’uomo. Quindi scrivere questo romanzo è stato come un piccolo rifugio per me, però nel tentativo di stare lontano dall’idea romantica del ritorno alla natura, dalla facilità del «vado ad aprire un bed & breakfast in campagna».

Una parte importante del romanzo si concentra anche sulle vicende partigiane che hanno interessato il nostro paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Un’epoca in cui si andava a combattere proprio sulle montagne che tu racconti, in cui i partigiani si ricongiungevano con il proprio lato più selvaggio (quello disposto a tutto, anche a uccidere per sopravvivere) pur nel nome di una guerra civile e di un’ideale patriottico. Un parallelismo lampante con quello di cui abbiamo parlato fin ora. È stato voluto o è nato per caso nella stesura della storia?

Più che una scelta è stata un’idea che è arrivata all’improvviso, ma quando è arrivata ho pensato «Come ho fatto a non pensarci prima?», perché sì, evidentemente sono due storie che si incrociano e allo stesso tempo corrono parallele: c’è la storia del lupo - che non è un vero lupo, ma un ibrido di una cane domestico - e poi c’è la storia del protagonista. Quando mi chiedevo chi fosse e perché si trovasse lì e che tipo di ricerca (anche inconsapevole) stesse facendo ho capito che la risposta la potevo trovare proprio nel lato più selvaggio della guerra. Considerate le brutture della guerra, forse la parte peggiore è proprio la guerra civile e quella partigiana è un pezzo di storia che noi abbiamo appena dietro le spalle. Non si tratta nemmeno di una metafora, è proprio la storia precisa che raccontava quello che io volevo esplorare: chi siamo noi quando arriviamo a uccidere i nostri fratelli.

Nei ringraziamenti alla fine del romanzo ti riferisci a delle persone molto precise e le ringrazi per aver contribuito alla nascita del romanzo, quindi ci chiedevamo quanto le storie che racconti nel romanzo siano vere e quanto di fantasia.

La prima persona che ringrazio è Pietro Gimelli, un amico che ha incominciato a raccontarmi sia privatamente sia a Don’t Tell my Mom (queste serate che organizzo mensilmente a Milano in un locale sui Navigli, in cui faccio raccontare alle persone storie di vita vissute) storie molto particolari del suo passato e della sua famiglia. Pietro Gimelli, infatti, è figlio di un eroe partigiano ed è stato proprio ascoltando i suoi racconti che ho capito che quello era il pezzo di Storia che mancava nel mio romanzo. Pietro mi ha raccontato l’enorme fatica di crescere con una figura così importante in casa e alcuni passaggi importanti delle guerra civile. Ovviamente i personaggi del romanzo non sono il ritratto di queste persone: io non ho conosciuto il padre di Pietro e non ho voluto ricostruire un personaggio storico, realmente esistito. Però per ricostruire quel mondo lì, di questi due ragazzi che salgono in montagna per difendere il proprio paese e per liberarlo un conto è ispirarsi ai libri di scuola un conto è farlo attraverso i racconti di vita vissuta di un tuo caro amico.

Come hai scelto i luoghi che racconti? Sono posti che conosci bene oppure sono state le tue ricerche e le storie che hai ascoltato a portartici?

Il luogo centrale della vicenda è un posto che conosco molto bene: un podere sul Monte Labbro, in Maremma, nel comune di Arcidosso, un paesino ai piedi del Monte Amiata; il pezzo di Maremma più selvaggia e più lontana dalle mete battute. È strano perché si trova proprio all'incrocio di zone molto frequentate: la Val D'Orcia, che è a circa 20 km, e poi la costa maremmana, l'Isola del Giglio. In mezzo c'è questa parte d'Italia che non è selvaggia, ovviamente, però ha ancora delle zone libere dalla presenza massiccia dell'uomo. Io ho passato due estati proprio in quella casa lì, che è una casa che esiste davvero. E qui, osservando come il mio cane, che vive a Milano con me ed è un cane da appartamento, mi sono accorto come cambiasse man mano che i giorni passavano: lui è uno che sta sempre attaccato ai suoi padroni e invece lì ha iniziato a volersene stare per i fatti suoi, usciva e tornava dopo ore. Ho realizzato nella mia esperienza una cosa che diceva Desmond Morris nel suo libro Il cane. Tutti i perché: non tutti i proprietari di cane lo sanno, o non vogliono saperlo, ma in quel batuffolo di pelo accoccolato sul loro divano in nuce c'è un lupo. E mentre guardavo il mio cane riscoprire il suo lato selvatico, mi sono detto «In fondo sta succedendo anche a me: sono lontano 10 km dal primo paese e ci voglio andare il meno possibile». Così ho iniziato ad avvertire l'esigenza di indagare chi siamo noi con la luce accesa e chi siamo invece con la luce spenta, chi siamo noi nel nostro lato più civilizzato e chi in quello più selvaggio. Ecco perché ho voluto che nella mia storia tutto tendesse a quel luogo lì, alla Maremma. Il resto del paesaggio invece è un pezzo di questo percorso selvatico che il lupo ha fatto negli anni per ripopolarsi: un pezzo a mezzacosta degli Appennini, partendo dall'Abruzzo e arrivando fino alle Alpi Liguri. Il mio protagonista compie il suo viaggio da Genova alla Maremma, passando per questi luoghi che io ancora non conoscevo e che ho visitato durante la stesura del romanzo.

Tu sei un narratore, ma ti confronti molto più spesso con il racconto orale per il tuo lavoro radiofonico e di performer. Come cambia la scrittura per la narrazione orale a per quella scritta. E soprattutto come e perché hai scelto di utilizzare uno stile che si priva quasi completamente di riflessioni e giudizi anche nei momenti di narrazione in prima persona?

La prima cosa che volevo fare era trovare un'altra voce rispetto a quella che uso normalmente in radio. Io ormai sono abituato a un tipo di scrittura che è pensata e creata per essere ascoltata perlopiù facendo altro: l'ascolto radiofonico è per il 70% automobilistico, quindi se ti va bene chi ti ascolta sta guidando. Per la radio ho sviluppato un tipo di scrittura che io definisco “circolare” perché spesso l'ascolto viene interrotto (la radio viene spenta, ricevi una telefonata, perdi il segnale) e quindi la storia ogni tanto deve ripassare dall'inizio e ricordare al pubblico chi siamo, dove siamo, di cosa parliamo. Probabilmente proprio perché io sono abituato a scrivere in questo modo ho una fascinazione per una scrittura più ermetica ma affinatissima: i miei riferimenti negli ultimi anni sono scrittori americani, la letteratura da Steinbeck a Hemingway fino a Cormac McCarthy. La mia volontà è stata proprio quella di cercare un'altra lingua, un'altra voce ed è stata una fatica enorme: spesso quello che scrivevo non mi piaceva, altre volte - essendo abituato a uno stile colloquiale - quello che dicevo mi sembrava retorico o pomposo. Adesso non rileggo il romanzo da circa un mese, e non lo faccio soprattutto perché ho il terrore di trovarci qualcosa di cui mi dico «Eh, addirittura?». Però, sì, cercavo proprio quel tipo di voce, non volevo esprimere i pensieri del protagonista e non volevo che le emozioni arrivassero attraverso le sue riflessioni, volevo che lui semplicemente facesse delle cose e che attraverso queste azioni il lettore scoprisse chi fosse quella persona. Molto semplicemente non volevo scrivere un libro in cui ci fossero delle frasi che la gente potesse mettere su Twitter. Poi è successo, perché ahimè ogni libro può essere messo su Twitter, ma insomma non volevo scrivere pensieri profondi o intensi. Volevo semplicemente provare a raccontare una storia il cui linguaggio fosse adatto all'ambiente in cui si svolgeva e alle vicende che narrava. Volevo che le parole fossero molto affilate, che avessero un significato e solo quello.

 

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Titolo:  Il silenzio coprì le sue tracce
Autore: Matteo Caccia
ISBN:  9788868529772
Editore: Baldini & Castoldi
Pagine: 192

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Inserito 4 mesi fa di Serena Anselmini

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